Dylan Dog: la rinascita assomiglia a un funerale

Ho iniziato a leggere Dylan Dog a 14 anni, nel 1990, con un albo non particolarmente riuscito – La Jena – che avevo scovato sotto il banco di un compagno di classe. Come accadeva a tanti, ero affascinato dal mix di orrore, romanticismo e sense of humour di quelle storie: erano al contempo accoglienti e pericolose. Percepivo la minaccia e la neutralizzavo volentieri sotto le coperte o in vasca da bagno, restavo a mollo tanto a lungo da dover rabboccare l’acqua calda almeno un paio di volte.
Dopo qualche mese avevo ordinato gli arretrati: esclusi i primi dieci erano tutti disponibili. Il pacco che arrivò a casa fu dischiuso come un tesoro, sembrava inestimabile, durò mesi, lo centellinai.

Cosa è stato disperso nei 24 anni trascorsi da allora? Cosa mi ha spinto ad abbandonare la lettura prima del numero 200? Nell’intervista contenuta nel numero di Best Movie in edicola da qualche giorno, il nuovo curatore del personaggio – Roberto Recchioni – parla di downgrade: va recuperata l’inquietudine che il personaggio sapeva generare, va riportato al suo tempo. Recchioni lavora su questo da un anno, ma il primo numero della sua gestione è appena uscito: si chiama Spazio Profondo e si ispira dichiaratamente ad Alien e 2001 Odissea nello Spazio, ma a me ha ricordato soprattutto Oblivion, Punto di non ritorno, Dead Space. È una storia ambientata nel futuro, Dylan è un clone, combatte con fantasmi spaziali che (SPOILER!) hanno le fattezze di Bloch, Groucho, Bree. (FINE SPOILER) Per celebrarne la rinascita lo pone narrativamente fuori dal quadro, dichiara che ogni cosa è possibile.

La storia mi ha appassionato per una quarantina di pagine, e ho la sensazione che la nuova direzione editoriale possa risolvere un certo numero di guai secondari del personaggio, svecchiandolo. La curiosità farà alzare le vendite per qualche mese. Ma il problema principale è stato risolto? Faccio queste considerazioni dopo appena un numero, per di più un numero di transizione, cioè troppo presto, e considerato che la Bonelli è un vero e proprio patrimonio industriale per l’Italia (leggete qua) spero di sbagliarmi. Eppure…
Dylan Dog è ormai il centro di un immaginario quasi totalmente derivativo. Lo è sempre stato, ha sempre attinto da cinema, letteratura e pittura nelle loro forme più popolari, ma intorno a quelle forme ha saputo creare una mitologia propria, e una linea politica. Finita la fase, diciamo così, mitopoietica, ha sfornato rari capolavori spezzando il suo stesso ritmo, il suo stesso immaginario (Il lungo addio, Mater Morbi). Il problema è che una testata che nasce in anticipo sui tempi, senza un rinnovamento linguistico e una riflessione ideologica diventa prima puntuale, poi ritardataria.

Semplificando: il problema principale di Dylan Dog, oggi, non è il pensionamento di Bloch, non è la necessità di un nuovo villain e non è il taglio di capelli di Groucho. Il problema è che è un fumetto per adulti scritto con un linguaggio per bambini, appoggiato a un sistema di riferimenti sorpassato. E d’altra parte l’introduzione imminente dei cellulari nasce già decrepita: il punto del rinnovamento non può essere la tecnologia, perché la tecnologia evolve ogni dieci minuti, mentre Dylan – per sua natura – ogni 30 anni. Inoltre il manicheismo della testata è stato reso obsoleto dagli standard dalla serialità televisiva. Esiste cioè una sensibilità sociale diffusa, soprattutto tra le nuove generazioni, che non potrà più essere intercettata. Esiste un patrimonio di curiosità – che è poi la benzina grazie a cui si formano le nuove generazioni – che continuerà ad appagarsi altrove, che va completamente sprecato. Dylan Dog perturbava 24 anni fa per ragioni squisitamente politiche, prima che per intuito narrativo: sono le stesse per cui oggi è una noia.

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