Venezia, la sparizione di un Festival

E’ stata un’edizione povera. Alcune dinamiche interessano solo agli addetti ai lavori, ma il Festival continua a perdere pezzi per strada: gli accreditati diminuiscono (una volta si rischiava di restar fuori dalle proiezioni dei film più attesi, oggi si entra sempre, ovunque), il Villaggio del Cinema è dimezzato (niente più stand dove acquistare blu-ray e dvd in anteprima, niente più librerie, è rimasta giusto una pizzeria al trancio), e gli allestimenti in generale sono ridotti al minimo, spuntano incerti attorno alla voragine piena di amianto dove avrebbe dovuto sorgere – e non sorgerà mai – il nuovo palazzo del cinema, quello con la lunga facciata di vetro “ad ala di libellula”.

Ovunque si guardi si percepisce una lacuna (con la c), un deficit: di fianco al casinò il vento rovescia un filare di enormi piante invasate, e così restano, distese e affiancate, come soldati caduti sul campo di battaglia, per giorni, fino alla fine. Il tempo stesso si adegua, di notte serve più di un lenzuolo, piove – poco e male, ma continuamente -, una sera il vento si gonfia all’improvviso e solleva il tappeto rosso, una piccola tromba d’aria, gli accreditati sono bloccati negli hotel o nelle sale, a film già concluso.

pidgeon 2

Non poteva in questo contesto che vincere il film svedese, quello con il nome troppo lungo (A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence) per non complicare la vita ai giornalisti, obbligati nei titoli a ogni genere di abbreviazione. Non lo vedrà in sala quasi nessuno, è un film stilizzato, buffo, amaro, grazioso e ridicolo, con un po’ di politica in mezzo (il razzismo, la vivisezione, la monarchia: la Svezia è un Regno, e già la parola – al presente – è ridicola), circa quaranta inquadrature fisse, approssimativamente monocromatiche (verdine), che sono tableau vivant, cioè quadri in movimento. Non ci sono veri protagonisti, ma due figure ricorrenti, venditori ambulanti di scherzi di Carnevale che si muovono spettrali e appesantiti, litigando, zoppicando, per banche, bar, negozi e uffici, proponendo senza criterio e senza entusiasmo i loro articoli, è esattamente l’impressione che fa la Mostra con i suoi film.

Sembra si voglia mortificare l’evento, ricondurre tutto al rigore, non c’è equilibrio. Sono passate per il Lido moltissime star, ma senza lasciare traccia, c’erano Emma Stone, Andrew Garfield, Edward Norton, Ethan Hawke, Viggo Mortensen, Willem Dafoe, tanti altri, non se n’è accorto nessuno, lì vedevi in pizzeria a mezzogiorno, era come se nessuno capisse cosa ci si poteva fare. In tutto questo solo il film d’apertura, Birdman, è sembrato un’eccezione, ha fatto spalancare gli occhi e dato l’impressione che stesse accadendo qualcosa, arriverà di sicuro fino agli Oscar, vincerà dei premi, farà parlare, venderà. Ma c’è sempre questo pregiudizio al contrario, la bravura degli americani non è mai abbastanza, si dà per scontata la loro diversità, o si ritiene che la diversità sia solo quella degli altri*. Il film non è perfetto ma le interpretazioni sono impressionanti, la scrittura e la regia hanno momenti altissimi; comporta differenti categorie di giudizio rispetto a tutto quello che viene dopo, e forse per questo è ignorato, sembra incongruo, alternativo al Concorso, già eletto.

birdman

Di sicuramente buono c’è la selezione di film italiani – Perez, Hungry Hearts, Senza nessuna pietà, Anime nere, e in modo diverso La trattativa – sono tutti film che eccedono il folklore e la tradizione, dicono di una voglia di emancipazione della nostra industria che fa ben sperare, li può capire chiunque come li capiamo noi, non hanno niente delle solite mascherate, niente dello sceneggiato preserale.

Non è stata in definitiva una Mostra buona né cattiva, ma è una Mostra che si sta sfilacciando; senza investimenti, senza coraggio, senza un cambio di atteggiamento in chi la mette assieme, scomparirà, felice della sua marginalità, militante, irrisoria.

*Qualcosa di simile è successo con Al Pacino, la scena di Manglehorn alla tavola calda con lui e Holly Hunter mi è sembrata la più bella del Festival, non ha portato a casa nemmeno un trafiletto.

 

 


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