Non leggiamo e scriviamo poesie perché è carino

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Aveva il viso largo e forte, non era davvero bello: il naso gli puntava il mento sporgente, e uno tirava in giù, e l’altro saliva, dandogli un profilo anziano. Sembrava un uomo solido, di forza antica. In quell’aspetto robusto si nascondevano gli occhi chiari, che brillavano di un’intelligenza gentile e consapevole. Era una contraddizione fisionomica che specchiava i modi del suo talento: comunicava un calore limpido, una benevolenza solida e rassicurante, che sono poi le doti di un padre.

In questo c’era tutta la differenza possibile: i suoi personaggi parlavano di sogni e di poesia, ma con rigore, perché spogliavano i sentimenti del sentimentalismo, gli restituivano credibilità, ce ne ridavano il diritto in mezzo a tanta cattiva fiction. A tanta cattiva scuola. 

Credo che L’attimo fuggente sia stato così importante per la mia generazione proprio per questo, e proprio grazie a lui: il suo John Keating ci ha tolto la paura di immaginarci assecondando il nostro cuore, perché ha chiarito una volta per tutte la massima serietà della questione. Anzi, ci ha chiarito che era l’unica questione possibile.

Che tutta quella poesia di cui ci avevano raccontato non era solo arte, non era solo vita: erano sempre state la stessa cosa. 



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