La massoneria dei cinefili

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Mi sono messo da parte un numero di Film TV di qualche settimana fa in cui Roy Menarini, nella sua rubrica Visioni dal fondo, racconta la sua passione per le prime file della sala cinematografica. È un passione che condivido, ma di cui non condivido le ragioni.
Menarini scrive (non troppo serio, ma convinto): “Non sopporto gli spettatori. […] Voglio lasciare tutti alle spalle: quelli che parlano, maleducati rompiscatole o anziani duri d’orecchio; […] quelli che mandano whatsapp e consultano il meteo sullo smartphone, che illumina a giorno la sala; quelli sudati e quelli con l’alito da topo morto; quelli che allargano le gambe o sgomitano ignorando il confine immaginario rivestito dal bracciolo […]. La condivisione cinefila si pratica prima e dopo il film, in osteria, in redazione, in aula, online o tra le coperte. In sala no: soli per sempre“.

La prima fila come isolamento.
Ora: non vorrei dare l’impressione di essere troppo tollerante, non lo sono. Anzi, sono uno di quelli che se gli pianti le ginocchia sul sedile o scarti la merenda, prima si gira a guardarti, poi si incazza. Però, però.
In The Dreamers, il protagonista Matthew, racconta: “La prima volta che ho visto un film alla Cinematheque Francaise… il film era “Il corridoio della paura” di Sam Fuller. Avevo vent’anni. Ero venuto a Parigi per studiare francese… La massoneria dei cinefili, quelli che chiamano “malati di cinema”… Io ero uno degli insaziabili, uno di quelli che si siedono in prima fila, vicinissimi allo schermo. Perché ci mettevamo così vicini? Forse perché volevamo ricevere le immagini per primi quando erano nuove, ancora fresche, prima che svolgessero verso il fondo, scavalcando fila dopo fila, spettatore dopo spettatore, finché sfinite, ormai usate, grandi come un francobollo, non fossero ritornate nella cabina di proiezione. Forse lo schermo era veramente uno schermo: schermava noi“.

The-Dreamers

Questa è una verità più letteraria, mi ci sono affezionato facilmente.
Scelgo le prime file per una questione di geometria e prospettiva, esco volentieri un po’ stordito. Volendo spararla grossa (e un po’ vaga), scriverei che sei nel posto giusto quando tu guardi il film e il film guarda te. Devi essere vicino e un po’ isolato.
Ma se non amo la folla, e mi distraggo con poco, nemmeno cerco il vuoto. La mia storia di cinefilo è la storia delle persone che sono state con me di fronte allo schermo.

A 3 anni. I miei mi portano a vedere The Black Hole in un cinema di Padova che non esiste più. Ricordo la ricerca del parcheggio vicino alla Chiesa degli Eremitani, la curiosità di andarsene in giro col buio. I titoli di testa che mi ipnotizzano, la palla di fuoco che travolge il ponte della nave spaziale, il robottino scassato, le braccia di mia madre, una fenomenale dormita.
A 18 anni, la sera prima dell’esame orale di maturità, mio padre che mi dice “Adesso basta studiare: andiamo a vedere Jurassic Park“. Dinosauri in incursione nella mia testa piena di letteratura, trigonometria e speranza, e lui che è molto più tranquillo di me.
All’università, la comparsa delle prime multisale, le sbronze: intere giornate passate al buio con i compagni di corso, quando gli esami ci davano tregua. Due film, pizza e ancora l’ultimo spettacolo.

E poi, certo, le ragazze. A Beautiful Mind al Concordi, lei che indossa un maglione grigio topo per farmi capire che la serata non finirà come spero. 1408 in un cinema a Moscova, la sua collana che va in pezzi sparpagliando perline blu. O quella volta che l’ho portata a vedere Wolf Creek all’Oz di Brescia, e non amava l’horror, ed è scappata fuori, mentre sua sorella rideva.
I film che ora mostro a mio fratello minore (Will Hunting!), che vive tutto di nuovo – esattamente come l’ho vissuto io vent’anni fa – e mi lascia di sasso.

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Io sbircio continuamente. Quando una cosa mi spaventa, mi domando se gli altri siano spaventati quanto me. Quando mi diverte, detesto essere l’unico che ride. Quando mi disgusta, continuo a girarmi per controllare la faccia di chi sta dietro.
Sono uno di quegli spettatori che Menarini non sopporta? Non saprei. Non sono rumoroso, anche se sulla poltroncina mi muovo parecchio. Non uso il cellulare, ma se l’ho dimenticato acceso e sento che vibra, non posso fare a meno di dare un’occhiata. Odio chi monopolizza i braccioli, ma se mi dai dieci centimetri me ne prendo quindici.
Amo la mia solitudine di spettatore, ma voglio sempre condividerla con qualcuno: siamo noi che facciamo il cinema, e mai il contrario.


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