È successo a Cannes, in 10 parole

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Tornato a Milano, in questa domenica di sole sacrificata al bucato, raccolgo due settimane di appunti, tweet, post su Facebook, scartoffie, e biglietti usati.
E scopro che il mio Festival è stato così.

PIOGGIA

Un giorno piove, l’altro no, domani chissà. Annata fortunata, il 2013 aveva contato molti più temporali. Non è comunque l’acqua che ti frega, è il vento folle che sale dal mare e ti scoperchia l’ombrello. Con l’accredito sbagliato non c’è modo di restare asciutti, perché ad ogni film tocca farsi un’ora di fila senza riparo. Io, dopo sei anni di calzini bagnati, ho finalmente avuto un accredito migliore, e infatti ho saltato il raffreddore francese. L’accredito buono ti dà due superpoteri: entri prima e puoi sederti in platea.

BAGNI
I bagni del Palais non sono così diversi da quelli del pub sotto casa: hanno un cattivo odore e le porte che si chiudono a fatica. Però passa in sottofondo, piano piano, la colonna sonora di Harry Potter.
Quindi: film, articolo, intervista, articolo, film, film, Hogwarths, pipì.
Film, articolo, articolo, intervista, pranzo, Hogwarths, pipì.
E così via.

SONNO
Dopo un terzo di Festival, diciamo dal quarto giorno in poi, ad ogni proiezione stampa – in ogni momento – almeno un quarto della sala dorme. Non sono sempre gli stessi, ci si da il cambio, con turni che vanno dai 20 ai 40 minuti (verso fine Festival siamo più sui 40) e iniziano alla fine del primo atto. Provate, basta mettersi nelle prime file e guardare indietro. Non sono però sonni sereni: il giornalista prova a combattere l’abbiocco, registra frammenti del film tra bruschi risvegli e dolci ricadute. A me capita una di queste staffette durante uno dei film più attesi (no, non vi dico quale). Siedo vicino a un uomo di mezza età, con i capelli bianchi tagliati corti ai lati e lunghi sopra, sembra il protagonista di Eraserhead. Quando finisce il mio pisolino inizia il suo. La testa crolla a intervalli regolari sulla mia spalla, spalanca gli occhi (“sono sveglio!”), mi osserva imbarazzato. Ma dormi, dormi, stai sereno.

FRAGOLE
A Cannes non esistono i pranzi. Esistono aperitivi, cene, perfino colazioni. Ma niente pranzi. Il pranzo è un panino sbranato camminando o una banana sbucciata a metà film con cautela da ninja e ingoiata in tre bocconi. Niente cracker e merendine perché maneggiare l’involucro fa casino. Si digerisce con estrema difficoltà, e durante il film di Dolan –
Mommy – un giornalista sudamericano seduto affianco a me si tira la felpa rossa fin sugli occhi per soffocare i rutti (francamente imbarazzante). Io tengo botta grazie a una mela sempre nella borsa e al salutare appuntamento pomeridiano con le fragole, vendute in bicchieri di plastica dai bar sul lungomare. Evitate però di chiedere lo zucchero. La vecchia signora dietro il bancone, con gli occhi umidi e distanti del San Bernardo, nel migliore dei casi vi consegna una singola zolletta, dura come un sasso, che poi resta ad osservarvi dalla sommità del frutto più alto. Nel peggiore, estrae da uno scaffale sotto la friggitrice un intero cartone di zucchero e lo rovescia nel bicchiere senza, diciamo, un adeguato controllo del polso.

PAPILLON (da Facebook)
Se salti una proiezione stampa, devi provare a entrare a quelle di gala, che fondamentalmente sono proiezioni a inviti per gente elegante. Il problema di queste proiezioni è che, se sei un uomo, serve lo smoking, è scritto anche sul biglietto.
Ecco, alla proiezione di gala di
The Rover mi dimentico che lo smoking è obbligatorio, arrivo con la giacca bianca di lino e il colletto alla coreana, mi bloccano, contratto, invento scuse a caso, spiego che il giorno dopo devo intervistare Pattinson, forse mi credono e forse no, affitto un papillon a 15 euro senza scontrino, lo sovrappongo assurdamente al colletto alla coreana, mi ripresento, mi fanno entrare. Vittoria e sconcerto.

API (da Facebook)
La mattina giornata del quinto giorno di Festival, due giorni dopo aver visto Le meraviglia, un’ape mi punge a colazione. Si infila nella manica della giacca e mi pizzica senza nemmeno contrattare. Io salto via dalla sedia, mi tolgo la giacca e la lancio in mezzo ai tavolini sotto la sguardo attonito del barista, un omone con le guance colorate e una peluria di capelli grigi ricci corti. L’omone si informa “Abeille? Abeille?” mentre io mi osservo sconcertato il braccio immaginando che da un momento all’altro si gonfi annerisca e infine necrotizzi tipo morso di zombie; invece succede solo che sul polso compare una cupoletta rossa sui bordi e bianca in mezzo. A questo punto l’omone, preso atto dell’improbabilità della mia morte nel suo bar e relative scartoffie, ironizza facendo il gesto dei muscoli di Braccio di ferro e infilando le braccia enormi nella maniche del mio blazer per controllare non ci sia più l’ape (ma le api sono quelle che muoiono dopo la puntura? No vero?). Poi, non contento, solleva il telefono e mi domanda se vuole che chiami la “Gendarmerie”, mentre il suo compare al bancone lo corregge “Carabinieri! Carabinieri!”. E giù risate. Infine, forse sentendosi un po’ in colpa, estrae una valigietta del pronto soccorso e mi sottopone due bustine, una gialla e una arancio, una generica per le irritazioni e una specifica per le punture di insetto. Io per sicurezza le uso tutte e due e mi sento subito meglio. L’omone, che probabilmente prima di comprare il bar faceva il mimo, si concede ancora il gesto del mitra fingendo di tenere l’abeille sotto tiro. A questo punto pago il conto e me ne vado.
Api del cazzo.

APPLAUSI
Se leggete sui quotidiani che un film italiano o francese russo libanese coreano è stato applaudito per 10 minuti, sappiate che non significa assolutamente nulla. Come accade per le proiezioni a Venezia in Sala Grande (e in qualsiasi altro Festival del mondo), agli spettacoli di gala con regista e cast presenti, metà del pubblico applaude tanto a lungo perché è gente che ha lavorato al film. L’altra metà perché è contenta di essere lì e non vuole guastare la festa
. Quelli a cui non è piaciuto escono subito e punto.

JUNKET
Si chiamano così gli incontri tra la stampa e i talents, cioè gli attori e gli autori. A Cannes avvengono sulle terrazze dei grandi alberghi o, se sei fortunato, in spiaggia. Non sempre però prevedono buffet, specie se si tratta di piccole produzioni. In quel caso non vi conviene fermarvi a mangiare a vostre spese: le tariffe per un brunch sono mediamente attorno agli 80 euro.

CAFFÈ
Per la stampa, dentro al Palais, è gratis. I punti di distribuzione Nespresso vengono assaltati dai giornalisti dopo i film e ridestano dal torpore post-pisolino. Ma è gratis anche l’acqua e perfino l’aranciata San Pellegrino (che però alle 10 di mattina è già esaurita).

JESSICA
A Cannes l’ho incontrata per la terza volta. Era visibilmente stanca dopo tre giorni di passerelle e interviste, truccata appena, e con un cappotto nero a far da plaid sulle ginocchia. Molto diversa – non meno bella – da come l’avete vista sul red carpet, vestita di viola. Ogni volta mi meraviglio, e ormai non dovrei più, di quanto sia naturale parlare con questa ragazza. Di quanto sia cristallina nella conversazione.
Pubblicherò l’intervista nelle prossime settimane, ma vi do una piccola anticipazione: mi ha confermato che tutto quello che viene postato sui suoi social, lo posta lei in persona, compresi quegli orridi montaggini fotografici che fa ogni tanto. Che le sembra importante esternare in questo modo la sua gratitudine verso le persone che la seguono e ammirano, stare in contatto per quanto possibile. E che, certo, si diverte pure.
Per il resto, lo sapete, sta studiando l’italiano, capisce quando lo usi, ma fatica a usarlo lei, e quando proviamo tira fuori a fatica poche parole. Ma ci prova, si vede che ci prova, e un po’ le rode che fa casino con le vocali, anche se si tratta solo di far contento me, che se pure le sorrido con il cuore sono appena uno tra mille tipi con il badge, uno che la fa pure parlare tra un’intervista e l’altra.
Mi ricorda sempre, Jessica, così incantevole e così accessibile, seppur nei limiti e nei modi di un press junket, che se faccio questo lavoro lo faccio per lei: per ricordarmi la contiguità che c’è tra il cinema e la vita, tra la realtà e i sogni realizzabili.
E, naturalmente, per le ragazze con i capelli rossi.

 


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