L’imbarazzo di essere il più grande

Perché era il più grande? Ci ho passato la notte sopra, e ho pensato questo: aveva a che fare con l’imbarazzo. Portava, Philip Seymour Hoffman, una specie di pudore tradito, la vergogna di quel corpo sgraziato, di quel pallore rosato. Era lo stesso pudore, era la stessa vergogna, che tiene la gente a casa, che la attacca al pc e la spinge a cercare conforto nelle relazioni virtuali. Lui, in qualche modo, l’aveva trasformata in bellezza, perfino in carisma. Ne aveva fatto il suo mestiere. Ma non era una cosa che costasse poco. Si portava dietro una fatica che traspariva sempre, e che nel suo privato era diventata ossessione, dipendenza da alcool e stupefacenti. Non nascondeva nulla. Ogni debolezza era un altro pezzo di bravura, diventava repertorio. Considerato che si dice sia stato trovato con un ago nel braccio, nella sua casa del Village, riguardatevi ad esempio Onora il padre e la madre, la foga con la quale si fa di eroina, l’enorme pancia nuda rivolta al soffitto di una suite d’albergo. O pensate a come esibisce il proprio corpo e il proprio dolore nel suo unico film da regista, Jack Goes Boating. Pensate all’ometto depresso, ripugnante che incarna in Happiness.

Sempre ieri notte, mentre pigro e un po’ stordito davo play sui video che amici e colleghi postavano su Facebook, mi rendevo anche conto che ha lasciato una quantità di pezzi di recitazione memorabili, pezzi che funzionano perfettamente anche estrapolati dalle opere che li contengono.  Non aveva nemmeno bisogno dei film, tanto era bravo.
Se ne devo scegliere uno, tra tutti, scelgo questo (l’ha postato per primo l’amico Marco Consoli): in Quasi famosi, poche linee di dialogo che mi sembra gli assomiglino come nient’altro, per quel poco o tanto che lo posso capire. Lui è Lester Bangs, il grande critico musicale, e parla con il ragazzino timido che un giorno diventerà regista, William (alter ego di Cameron Crowe). Il ragazzino timido è appena stato in giro con una rock band, è tutto gasato, e glielo racconta per telefono. Si dicono questo:

Lester: “Ah, porca miseria, ci sei diventato amico. Vedi, l’amicizia è il liquore che ti danno, vogliono che ti ubriachi e che ti senti parte del gruppo.”

William: “E’ stato… divertente.”

L.: “Perché ti fanno sentire un fico. Io ti ho conosciuto, tu, tu non sei un fico.”

W.: “Lo so, anche quando mi sentivo fico sapevo di non esserlo.”

L.: “Perché noi non lo siamo, e mentre le donne saranno sempre un problema per quelli come noi, nel mondo la vera arte ruota intorno a questo problema, cioè: i belli non hanno spina dorsale, la loro arte svanisce, loro rimorchiano, ma i più forti siamo noi.”

W.: “Si, ora mi è tutto chiaro.”

L.: “Perché l’arte vera ha a che fare con il senso di colpa, il desiderio e sesso spacciato per amore, amore spacciato per sesso e tu, diciamocelo, hai un grande vantaggio…”

W.: “Per fortuna eri a casa.”

L.: “Io sto sempre a casa, sono uno sfigato!”

W.: “Sì, anch’io.”

L.: “Stai andando forte, lo sai? L’unica moneta valida in questo mondo in bancarotta è ciò che scambi con un altro quando sei uno sfigato. Senti, il mio consiglio, lo so che li consideri tuoi amici, ma se tu vuoi essere un vero amico sii onesto. E sii spietato.”


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