Jennifer Lawrence #bravamabasta

Stanotte ho fatto un incubo. Nell’incubo vedevo un film in cui Jennifer Lawrence interpretava Meryl Streep, un biopic sugli ultimi mesi della vita dell’attrice.
Stacco.
Siamo sul palco del Dolby Theatre e Jennifer sta ringraziando l’Academy per il suo sedicesimo Oscar. Poi si guarda le mani e vede che in realtà gli Oscar sono due: uno per la sua interpretazione di Meryl Streep e uno per la Meryl Streep del film, quella interpretata dalla Lawrence. Quindi rifà il calcolo e dice: diciassette. Deve essere passato parecchio tempo se è già ora di un biopic sugli ultimi mesi di Meryl Streep, ma Jennifer nel mio incubo ha sempre venti, massimo ventidue anni e quel sorriso furbo con le fossette strane (sul mento, più che sulle guance) in faccia.

La realtà è che a 23 anni Jennifer Lawrence ha già ricevuto tre nomination ai Golden Globes (due vittorie), tre nomination agli Oscar (una vittoria, in attesa del verdetto del 2 marzo), il premio Marcello Mastroianni a Venezia, e una serie infinita di riconoscimenti comunque-prestigiosi ma di cui non frega niente a nessuno e su cui quindi non mi soffermo (è stata premiata come migliore attrice perfino a Torino). Il bello però è che mentre colleziona premi lavorando nel cinema finto-indipendente da 40 milioni di dollari, la Lawrence ha anche un secondo lavoro come pop star grazie al ruolo di Mystica nei college movie con gli X-Men e soprattutto a quello di Katniss in Hunger Games. E così ha vinto pure 4 MTV Movie Awards, premio non-prestigioso ma di cui frega a tutti e che quindi cito.

Mi sembra che la teoria lanciata da David O. Russell e sposata da Hollywood sia: Jennifer Lawrence può fare tutto, e nessuno meglio di lei.
In Il lato positivo (Oscar + Golden Globe) Jennifer interpreta una vedova, con un passato difficile e qualche problema con l’alcool. Quando l’ha girato aveva vent’anni.
In American Hustle interpreta (nemmeno tanto bene) una donna divorziata con un figlio alle soglie della pubertà, e un secondo matrimonio già praticamente fallito. Quando l’ha girato aveva ventidue anni.
Ora, capiamoci, qui nessuno sostiene che la Lawrence non sia brava. Ma di sicuro c’erano attrici più in target di lei per i due ruoli (anche perché una cosa che un’attrice, per quanto brava, non può fare, è aver vissuto più anni di quelli che ha; la recitazione, per come la vedo io, va riempita con l’esperienza – con la vita -, oltre che con la tecnica).

Finisce così che le statuette che le danno sembrano assegnate per difetto, un riconoscimento alla carnevalata. Una cosa del tipo: «se l’è cavata così bene a interpretare un lupo muschiato che la dobbiamo premiare per forza». Piuttosto che: «che prova eccezionale!» (o magari il pensiero è comunque «che prova eccezionale» ma il senso non cambia).
Secondo questo principio Jennifer continuerà a raccogliere premi interpretando ruoli via via più alieni alla sua età/sesso/nazionalità (uno o tutti e tre). Esempi. Jennifer Lawrence riporta in vita Galielo Galilei. Jennifer Lawrence è finalmente un Maradona cinematograficamente credibile. Jennifer Lawrence impara a schiacciare per il biopic sul controverso ex-giocatore dei Bulls, Dennis Rodman.

Questo tipo di premi alla carnevalata mi fanno arrabbiare quanto quelli politici, risarcitori, quindi non è che sarei più contento se al posto suo l’Oscar come miglior attrice non protagonista lo vincesse Lupita Nyong’o, che in 12 anni schiavo non fa molto più che prendere sberloni, vasi in testa e frustate. Dovrebbero invece darlo a Julia Roberts che in August: Osage County fa una cosa straordinaria e, suppongo, inaspettata: recita meravigliosamente uno script perfetto.


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