Il buio, la luce e l’anno nuovo

Mi è durata qualche mese l’autobiografia di William Friedkin, regista di Il braccio violento della legge, L’esorcista e Vivere e morire a Los Angeles. Da quando è uscita, a settembre, e fino alla prima notte dell’anno nuovo, dopo il pandoro, lo spumante e la canzoni in TV. Non è un libro faticoso, ma ha il passo lento dei racconti attorno al fuoco. Mi ci sono rannicchiato verso le tre, intontito, un attimo prima di spegnere la luce e già stanchissimo: mi ero conservato le ultime tre pagine, un epilogo brevissimo chiamato “Ultima bobina”. C’ero arrivato due giorni prima, di pomeriggio – ma alla fine delle altre 549 mi sembrava meritassero un momento speciale, una pausa dell’esistenza come ce ne sono rare, e una è senz’altro quando stai per chiudere la luce la notte di San Silvestro.

Ci sono due ragioni per cui leggo le autobiografie: gli aneddoti e il tono della voce. Gli aneddoti mi piacciono perché sono curioso, di quella curiosità da pettegolezzo che in questi casi si consuma senza sensi di colpa. E il tono della voce mi interessa perché mi libera dai pregiudizi: smetto di pensare l’autore attraverso le mie idee, e lo ascolto.
Il buio e la luce, così si chiama l’autobiografia di Friedkin, è pieno di aneddoti interessanti – tra poco ve ne riporto qualcuno -, ma se mi ha conquistato al punto di tenermi due pagine per l’inizio di un anno nuovo, è per il tono della voce.

A pagina 550, la prima di quelle ultime tre, Friedkin cita Fitgerald: “L’azione è il personaggio”. Ciò che i personaggi fanno, e non ciò che dicono, è la loro essenza. Ora, non è che nel libro manchino le riflessioni (brevi), ma quel che ha sempre ispirato il suo cinema sembra aver ispirato anche questa autobiografia. In cui Friedkin diventa in pratica il protagonista di un film che non ha ancora girato (come dice Alberto Pezzotta, autore di una traduzione formidabile, nel risvolto di copertina), una specie di Big Fish in versione neorealista. Forse un mockumentary. Gli aneddoti, anche i più incredibili (dal satanista coperto di mosche, al record di velocità nel deserto di sale con la macchina da presa in spalla), hanno un’evidenza cristallina, una stringata normalità.

È una bella lezione. Non ho mai amato chi scambia il cinema per un fine e uno specchio, chi ne fa carte per i propri castelli. Ma leggere un libro come questo aiuta chiunque a rimettere le idee in ordine. È un lavoro, il cinema: una serie di gesti e scelte, una combinazione di professionalità. E ciò che di trascendente produce non può essere programmato: il senso che l’arte aggiunge a un’epoca storica e alle nostre singole vite è un effetto collaterale, una cosa che svanisce appena la guardi, e ritorna quando non ci pensi più. Non voglio dire che questo libro metta il punto a tutta la faccenda – è solo un regista e un’opinione – ma mi sembra che la spinga in una direzione salutare, in territori aperti e vivibili.

Vi avevo promesso qualche aneddoto: eccone due. Alla fine di Vivere e morire a Los Angeles, Friedkin spese molti dei soldi falsi stampati per il film, per vedere se erano davvero credibili: nessuno ne dubitò mai.
Oppure: avrebbe dovuto produrre assieme a Francis Ford Coppola e Peter Bogdanovich Guerre Stellari, su un budget stimato da Lucas di 9 milioni di dollari. Era stato uno dei primi a leggere la sceneggiatura, ma credeva da sempre in un cinema realistico e semi-documentario, e si tirò indietro.
Per finire aggiungo pure una breve citazione, che celebra le due sequenze per cui è probabilmente più celebre, Esorcista a parte, ovvero l’inseguimento in metropolitana ne Il braccio violento della legge e quello contromano in autostrada in Vivere e morire a LA: “L’inseguimento è la forma più pura di cinema, qualcosa che non può essere fatto con altri mezzi espressivi, che siano la letteratura, il teatro o la pittura”.


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