Gravity e il privilegio di stupirsi

Ogni tanto vale la pena fermarsi a guardare. Chi per mestiere scrive di cinema – o chi vorrebbe farlo, e quindi vede i film in un certo modo – passa quelle due ore a farsi domande. Osserva, elabora, a volte persino prende appunti.
Personalmente dò un gran valore ai film che neutralizzano la mia professionalità, trasformandomi in un ingenuo. Che mi disarmano.

Gravity è un film che ti disarma: ti mette di fronte all’evidenza di un atto creativo straordinario – artigianato tecnologico, scienza al servizio della meraviglia. Hanno progettato strumenti meccanici per muovere gli attori e riprenderli, simulando il vuoto. Strumenti che prima non esistevano. Ti fa pensare ai Lumière (altro che Hugo Cabret).

Non penso valga la pena soffermarsi troppo sui significati del film – quando lo vedrete, ve ne farete un’idea -: è una storia di sopravvivenza, l’elaborazione di un lutto filtrata da una forma di misticismo cristiano. Ma insomma, è una cosa che ho pensato dopo.
Guardatelo, e concedetevi il privilegio di stupirvi. Meglio ancora: di stupirvi in una sala IMAX.

Leggi anche la recensione del film di Silvia Urban.


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