Addio Dexter, e grazie di tutto il sangue

Più che la serie, mi mancherà la sigla con la routine mattutina di Dexter, un minuto e mezzo diventato in fretta storia della televisione, rimasto uguale nel corso delle otto stagioni: l’ho vista 96 volte, senza mai saltarla.
Il programma, invece, era diventato ormai come quelle storie d’amore già morte e sepolte, eppure impossibili da chiudere: viveva cioè di ricordi bellissimi e di interessi spiccioli – Showtime stentava a liberarsi della sua gallina dalle uova d’oro – come quando resti a convivere con la tua ex perché non hai i soldi per il trasloco. C’era, nel continuare a seguirla, una forma di languido masochismo, una routine da divano irresistibile – che poi è la dote vera che le serie che sposi si portano dietro.

Diciamoci la verità: quel che abbiamo accettato da Dexter negli ultimi anni, non l’avremmo mai perdonato a Breaking Bad. Buchi di sceneggiatura inverosimili e cambi repentini di umore e morale dei personaggi – in definitiva, approssimazioni grossolane. Senza contare che quasi tutte le stagioni (fanno eccezione la prima e la sesta) hanno campato sul medesimo doppio binario narrativo
A) Dexter trova un’anima affine, con cui sente di potersi rivelare: la piromane Lila, il procuratore/giustiziere Miguel Prado, Trinity, Lumen, il mafioso Isaak Sirko, Hannah, la dottoressa Vogel
B) Dexter deve curare le attenzioni di chi sospetta di lui: a turno Doakes, Prado, Lundy, Quinn, La Guerta e la stessa Debra – gli unici con mezzo chilo di salame steso sugli occhi restano i formidabili Batista e Matsuka.
Cui andrebbe aggiunto
C) Debra si innamora di chiunque (serial killer, anziani, colleghi, musicisti afroamericani, suo fratello, eccetera)

Una tendenza che raggiunge il culmine nell’ottava stagione, dove ormai vale tutto. Hannah ricompare dal nulla – evasa non si sa quando e non si sa come – e, pur ricercata in tutta la città, non si degna nemmeno di farsi una tinta ai capelli. Passa anzi le giornate a fare da baby-sitter ad Harrison, cucinare pranzetti esotici e fare amicizia con Debra, che nonostante sia sospettata di favoreggiamento da uno U.S.Marshall, la scorrazza in giro in auto con i finestrini abbassati. U.S. Marshall che a sua volta non si decide a pedinarla o a perquisirgli casa fino all’ultima puntata.
Senza considerare il proverbiale elefante nella stanza, ovvero la decisione di introdurre una psichiatra in un ruolo chiave (scritto pigiando i tasti con il naso: povera Charlotte Rampling) per permettere una terapia a due che in poche puntate consente a Debra (dopo un tentato suicidio/omicidio!) di perdonare Dexter.

Quel che invece ha sempre salvato la serie da un prematuro oblio, sono stati i cliffhanger di fine stagione – ovvero la progressione degli eventi e delle morti, fattore decisivo per la longevità: li hanno azzeccati tutti, garantendosi una manciata di puntate leggendarie, che hanno nutrito la dipendenza dei fan. Il finale della seconda stagione, con la morte di Doakes; quello della quarta, con la scomparsa dell’insopportabile Rita; lo struggente abbandono di Lumen a Dexter, alla fine della quinta; e soprattutto le chiusure della sesta e settima stagione, con il coinvolgimento diretto di Debra nella vita del fratello, hanno dimostrato la capacità degli autori di accompagnare gli umori del pubblico, eliminando senza pietà i personaggi meno felici e concretizzando tutte le svolte attese. Perfino l’amore “incestuoso” di Debra per Dexter, un twist improponibile (e presto dimenticato), ha fatto contenti un sacco di spettatori.

Il finale merita un discorso a parte (fermatevi qui se ancora non ci siete arrivati). Showtime, com’era prevedibile, ha deciso di tenere in vita Dexter, che potrebbe essere ripescato in uno spinoff (con protagonista Hannah?) o in un film per la sala. Ma, detto questo, l’ultima puntata, che ricalca il capolavoro di Eastwood Million Dollar Baby, dimostra un saggio amore per la simmetria – l’ultimo omicidio di Dexter è un atto di eutanasia -, e un certo coraggio, visto che sacrifica il personaggio più indicato per uno spinoff. Oltre a proporre un tasso di melodramma altissimo e sorprendentemente ben gestito.

Le serie TV hanno questo vantaggio: quando finiscono non hanno più bisogno di essere vendute, tutto il contrario di quel che accade con i film. Per gli autori, quindi, tutti i personaggi diventano sacrificabili, sulla base del puro effetto drammatico, a volte perfino di una certa incoscienza artistica. Non è un caso che quasi tutti i film mainstream finiscano in modo deludente, e quasi tutte le serie TV in modo memorabile.

So long Dexter, e grazie di tutto il sangue.

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