Venezia 2013: le star che ci sono, gli eventi che mancano, il cinema italiano che ci prova

Oggi inizia il Festival di Venezia, e come ogni anno l’inaugurazione è stata preceduta dalle dichiarazioni del Direttore del Mostra. Alberto Barbera ha fatto il punto della situazione con una serie di interviste rilasciate ai principali quotidiani. La critica che gli è spesso rivolta è nota: Barbera avrebbe impoverito di star e appeal popolare il Lido, scegliendo una linea di selezione più austera. Il confronto, oltre che con le edizioni dirette dal suo predecessore Mueller, è con il Festival di Toronto, che di anno in anno sta moltiplicando il suo peso internazionale, completando la trasformazione da mercato dei film a grande festa del cinema. Un progresso che gli consente di sfilare a Venezia, già in partenza geograficamente svantaggiata (spostare i divi e i loro entourage da una parte all’altra dell’oceano costa), titoli caldi e caldissimi.
Barbera rifiuta gli addebiti e rivendica le proprie scelte. E aggiunge qualche considerazione non trascurabile e non proprio accomodante sullo stato del cinema italiano. Vediamo un po’.

Rush

LE STAR: CI SONO, MA…
La Stampa, Barbera ha dichiarato che “le star sono presenti, eccome, e non in numero minore rispetto allo scorso anno“. Dichiarazione che fa un po’ sorridere, considerato che il 2012 è ricordato proprio per la penuria di nomi noti, a partire dalla passerella di apertura con Kate Hudson e Liev Schreiber, non proprio star di seria A. Il punto comunque non è nemmeno questo. I divi quest’anno ci saranno, il primo red carpet sfoggerà Clooney e Bullock, e in seguito dovrebbero arrivare – a meno di defezioni dell’ultimo minuto – Daniel Radcliffe, Mia Wasikowska, Judy Dench, Scarlett Johansson, Tom Hardy, Zac Efron, Lindsay Lohan, Nic Cage. Il divo però non basta: il richiamo che esercita dipende anche dal contesto, dall’evento che rappresenta. Il Tom Hardy del piccolo e indipendente film inglese Locke, per capirsi, non ha niente a che fare con il Tom Hardy che fa Bane in Batman. Non tutti i film sono anche eventi, e sono questi ultimi che scarseggiano a Venezia, più che i divi.

The Fifth Estate

LA VOLPE E L’UVA
Film-evento, dicevamo. Categoria di cui Gravity, The Zero Theorem e Kill Your Darlings – che si portano dietro un immaginario – fanno parte; ma di certo non Parkland, Under the Skin o Night Moves. Sempre stando alle dichiarazioni del direttore, stuzzicato sul confronto con il Festival canadese, “a bruciarmi è solo la defezione di 12 Years a Slave, che va a Toronto per volere del marketing. Quanto al resto, tutti i film che ho voluto li ho ottenuti“.  Siamo quindi di fronte a una piena assunzione di responsabilità per l’assenza di titoli come lo straordinario Rush, il thriller politico su Wikileaks The Fifth Estate, Third Person di Haggis, Labor Day di Reitman, Prisoners di Villeneuve con Jackman e Gyllenhaal, l’atteso biopic su Mandela con Idris Elba, Dallas Buyers Club, The Railway Man, e si potrebbe andare avanti a lungo. Film che toccano temi di attualità, che in certi casi hanno molto ha che fare con l’Italia (Rush, Third Person), che sono papabili per i prossimi Oscar (Dallas Buyers Club), che sono firmati da autori affermati e premiati, e che sfoggiano star pazzesche (oltre alle citate, Benedict Cumberbatch, Chris Hemsworth, Liam Neeson, Nicole Kidman, il cantante dei 30 Seconds to Mars Jared Leto…).
Molto più credibile sembra allora l’analisi di Paolo Mereghetti sul Corriere della Sera, analisi che tra l’altro salverebbe Barbera da una ragionevole accusa di miopia snobistica: “Per i grandi produttori internazionali (e non parlo solo di Hollywood), Venezia come Cannes, Berlino o Toronto sono ormai solo un momento di un più complesso percorso di sfruttamento commerciale. Siccome portare un film medio-grande a un festival costa almeno 500 mila dollari (sono ancora i «verdoni » a tenere banco), un produttore è disposto a spenderli se quell’investimento promette di tornargli in tasca. Con la vendita internazionale o, meglio, con le risorse del botteghino. E che ipotesi di mercato può offrire Venezia? Non quelle delle contrattazioni durante il festival, ma quelle del box office nazionale. […] Perché un produttore dovrebbe spendere soldi suoi per lanciare un film su un mercato dichiaratamente in crisi?”

The Railway Man

Il CINEMA ITALIANO
Detto che la rinuncia di Luchetti a portare in Laguna il suo Anni Felici è dipesa da ragioni personali (“Luchetti mi ha chiamato per dirmi che l’ultima volta il suo Piccoli maestri fu accolto così male che preferiva non rischiare“), Barbera ha dichiarato all’Huffington Post: “(Abbiamo visto) Centocinquantacinque lungometraggi, settantassette documentari, e qualcosa come cinquecento corti. Per la maggior parte, film di esordienti o quasi. A fronte della quantità decresce la qualità. Spero sia una faccenda contingente, legata alla mancanza di soldi, a problemi come il ritardo nell’approvazione del tax credit o la mancanza di una legge quadro, ma bisogna stare attenti. Perché è evidente che se questi film avessero avuto un po’ più di tempo, di soldi, di lavoro sulla sceneggiatura sarebbero stati migliori, mentre sono molto raffazzonati, tirati via, montati in fretta, girati ancora piu’ in fretta. Deludenti, insomma.” La dichiarazione è forte, e corrisponde anche ad una convinzione personale, cioè che in Italia di cinema se ne faccia troppo, e quasi sempre male, e che il discorso non riguardi solo i film prodotti dalle major (Medusa e 01), ma anche la scena indie, che spesso palesa una mancanza di cultura – ancor prima che di tecnica – spaventose.
Va inoltre riconosciuto a Barbera e alla sua commissione un certo coraggio nelle scelte per la competizione: da due anni i candidati italiani al Leone d’Oro sono frutto di decisioni più comprensibili, coraggiose, apparentemente indipendenti. E qui i progressi rispetto all’era Mueller sono evidenti.

Guarda le foto dei protagonisti, leggi le recensioni dei film e scopri le dichiarazioni delle star: tutto nella nostra sezione dedicata al Festival, continuamente aggiornata.


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