Il caso “Salvo” e l’indignazione a buon mercato

È ormai una settimana, da quando si è aggiudicato i due premi della Semaine de la critique a Cannes, che il film italiano Salvo, noir siciliano del duo Grassadonia e Piazza, attizza ovunque l’indignazione di giornalisti e appassionati, dal più letto dei quotidiani, al più malfamato dei forum. La coppia di sceneggiatori e registi si è lamentata di:
1) Aver impiegato 5 anni per trovare i finanziamenti necessari a realizzare il film
2) Aver dovuto ricorrere a investitori francesi
3) Non avere ancora un distributore italiano

Il film nasce da un corto pluripremiato, Rita, che è poi stato sviluppato in un lungometraggio. Racconta del rapporto tra un killer al servizio della mafia e una ragazzina cieca, che dopo averlo incontrato riacquista la vista (qui racconto il film più nel dettaglio). Il protagonista, Saleh Bakri, è un attore palestinese piuttosto noto, e il direttore della fotografia è Daniele Ciprì.
È costato un milione di euro.

Personalmente ho visto il film durante una proiezione del mercato, e le sensazioni non sono state delle migliori: un terzo della sala se n’è andato prima della fine, gli altri sono si sono alzati alla partenza dei titoli di coda con una premura sospetta (e che ha destato qualche risolino). La stampa straniera, anglosassone in particolare, ha evidenziato con grande chiarezza i limiti del film (la recensione di Screen mi sembra perfetta: potete leggerla qui). E io stesso, pur avendo apprezzato gli ormai celebri primi venti minuti – comprendenti un bell’inseguimento in un cantiere e un efficace piano sequenza nella casa della ragazza – alla lunga mi sono stufato: la natura breve della storia rimane evidente, e negli altri 80 minuti si tira a campare, allungando senza ragione il brodo (vedi tutti i siparietti con Lo Cascio): manca soprattutto la capacità di dare spessore, e senso, ai due protagonisti.

Il colpo di grazia me l’hanno dato le dediche furbette dei due autori a Falcone e Borsellino, perfette per solleticare i titolisti dei quotiadini.
A differenza di quello che hanno scritto in molti, penso che la difficoltà di Salvo a trovare una distribuzione da noi non sia affatto uno scandalo: i distributori non fanno beneficienza, e se io fossi uno di loro i soldi per il film faticherei a tirarli fuori. Non penso nemmeno che Salvo sia un esempio di quello che manca all’industria in Italia: l’errore più grosso è quello di navigare lontano dai cliché del cinema di genere (con piccole eccezioni), quando invece è proprio quello di cui avremmo bisogno – film che lavorano sugli stereotipi, in una confezione all’altezza degli standard europei e mondiali.

Chiudo dicendo che, visti i tempi che corrono e considerando che parliamo di due esordienti, spendere un milione di euro per un film del genere mi sembra un’enormità (soldi per altro mica tanto valorizzati).
Negli stessi giorni, a Cannes, mi è capitato di vedere Blue Ruin, un film realizzato grazie al crowfunding: 37.000 dollari raccolti via Kickstarter (leggete qui, c’è da imparare). Meno di un ventesimo del budget di Salvo. Blue Ruin è un revenge movie d’autore, ricchissimo di atmosfera ma anche di adrenalina, e a Cannes è stato venduto in tutto il mondo (non in Italia, va detto).

Credo che invece di piangere miseria e sprecare dediche a grandi personalità defunte, gli esordienti dovrebbero sforzarsi di scrivere e girare storie di appeal cinefilo ma anche commerciale, con meno denaro. I tempi che corrono sono questi ed è opportuno farci i conti. In Italia, insomma, ci vorrebbero più Viva la libertà e più True Love, non necessariamente più Salvo – cui comunque, sia chiaro, auguriamo una vita commerciale lunga e ricca.
Non basta lamentarsi del sistema (io stesso l’ho fatto con toni molto duri, qui), bisogna anche dimostrare di aver voglia (e capacità) di rivoluzionarlo.


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