Elio Unchained: la canzone (e il cinema) mononota

Il Papa, la campagna elettorale, la Champions League e pure Sanremo: tempi duri per il cinema. Memore di quel proverbio su Maometto e le montagne, ieri sera ho guardato il primo tempo di Real Madrid – Manchester United, per poi girare sul Festival della canzone. Della partita non vi parlo (come fa Ronaldo a saltare a due metri da terra?), ma di Sanremo sì, perché ho fatto a tempo a vedere Elio e i suoi che salivano sul palco vestiti da Frankenstein-chierichetti e poi mandavano la gente al manicomio (social network ufficialmente impazziti con l’esibizione ancora in corso) con la loro Canzone Mononota. Io stesso ho faticato a restar seduto sul divano.
Elio non finisce di stupirmi. Negli anni si è trasformato da outsider, profeta del Volgare (al liceo scambiavo con gli amici i suoi bootleg sotto banco: erano nastri, non file) in artista pop. La sua avanguardia è diventata maniera, e la maniera si è incarnata in tormentoni (Il pippero, La Terra dei Cachi, Shpalman). Era per pochi, è diventato per tutti, con una trasversalità persino politica nonostante la sua ovvia matrice progressista: non mi vengono in mente tanti altri artisti italiani capaci di lasciare il segno sul nostro costume (e sul linguaggio, che ne è parte fondamentale) negli ultimi vent’anni come lui.

La sua Canzone Mononota ribadisce (rinnova perfino) il suo talento. Già so che molti la chiameranno furbizia: per me lambisce il genio. E mi fa pensare al cinema di Tarantino, e ai tanti discorsi polemici suscitati dal suo Django Unchained. Elio, come Quentin, è il cantore della post modernità: dall’alto di una padronanza tecnica pazzesca, quei due mettono le mani sulla storia del cinema e della musica, la tirano, la tendono, la rivoltano come un guanto per lasciarci a bocca aperta. Si misurano in stupore, ma i loro esercizi di stile sono figli della cultura, del talento e della consapevolezza. Sanno quello che fanno, nel minimo dettaglio: direi che se ne approfittano.

Guardatelo, Elio, che in quattro minuti mette assieme bel canto e cabaret, musica e teatro (quella tazzina di caffè!), avanspettacolo e reality show, e ogni singola variazione possibile di tono e tempo (non è vero, ma per capirsi) mettendoci pure in testa quel ritornello che non se ne va più. E guardatelo Tarantino che fa lo stesso con la Storia e il Cinema, l’Europa e le Americhe, mitologie nordiche e leggende metropolitane, e ogni singola variazione di genere possibile, dalla farsa comica (il KuKluxClan!) al dramma al western puro, su una nota che comunque è sempre quella, sempre la sua.

È il pop d’autore, la performance mononota: piace alla gente, storce il labbro agli snob (che poi si scaldano per Holy Motors di Carax: esattamente la stessa cosa, solo meno divertente). Per quanto mi riguarda, rende il mondo migliore.


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