Les Misérables: ecco perché è un musical “diverso”

I film che dividono la critica in modo clamoroso mi suscitano sempre una certa curiosità: Les Misérables rientra perfettamente nella categoria. Ogni volta che faccio sapere a un collega che il film mi è piaciuto, ottengo una tra queste due reazioni.
A) “Ti sei frullato il cervello insieme a un casco di banane”
B) “Tu sì che hai capito tutto”
Sono cose che mi fanno pensare (in genere ad altro). Ma Les Miserables è un film realmente bizzarro, in un certo senso d’avanguardia, e visto che sta per uscire in sala vale la pena spendere due righe per capire di che si tratta.

1) Gli attori cantano “per davvero”
Non che di solito nei musical non succeda, ma stavolta è diverso. Tom Hooper ha voluto che i suoi interpreti cantassero durante le riprese, tecnicamente “in presa diretta”. Vale a dire che la loro voce è stata registrata mentre recitavano sul set, e non successivamente, in studio. È una scelta “realista”, per quanto può esserlo un musical: Hooper desiderava intonazioni più simili al parlato, anche a costo di qualche stonatura, o di performance vocali non memorabili, tanto più che molti degli attori coinvolti non hanno una specifica formazione per il genere. La conseguenza è che lo “sforzo” dei protagonisti è molto evidente, sia nei loro volti (il rossore di Hugh Jackman in alcuni momenti è fin troppo eloquente), che nelle loro voci (Russel Crowe è stato il più criticato). Inoltre spesso gli attori non possono cantare nelle pose più adeguate ad un uso corretto del diaframma (per esempio Anne Hataway, sdraiata e scomposta, sul letto di morte), perché i loro movimenti sono naturali e non approssimazioni della realtà (come accade ad esempio sui palchi della lirica). È evidente che se siete amanti del bel canto, e feticisti della versione teatrale, potreste rimanere insoddisfatti. Ma è esattamente come chi ha amato un libro e, al confronto, resta deluso dalla versione per il grande schermo: il cinema è per forza un’altra cosa. Qui sotto una clip che rende bene l’idea di quanto detto.

2) Primi piani, tanti primi piani, proprio un sacco di primi piani
Immaginate di essere a teatro, ma non in platea: sul palco, a dieci centimetri dagli attori. La sensazione è questa, perché la macchina da presa, invece di restare distante dall’azione, di raccontarla con panoramiche e carrelli, si cala al centro, restando appiccicata ai volti dei protagonisti (emblematico il primissimo piano, immobile, sulla Hataway/Fantine durante I Dreamed a Dream). È una scelta discutibile per tante ragioni: non sempre i movimenti di massa e l’andamento delle melodie vengono valorizzati, perché sia le scenografie (bellissime) che la musica sono usati come sfondo per le emozioni dei protagonisti. Le inquadrature sono spesso oblique, a volte deformate da giochi di lenti: cercano vertigine, spesamento. Si parte dal presupposto che il romanzo d’origine – e lo stesso musical teatrale, il più replicato della storia a Londra – siano talmente conosciuti e amati da aver trasformato i personaggi in simboli, archetipi, perfino maschere. Il film è al servizio di quelle maschere. Anche qui, una clip.

Il risultato di queste due scelte è un’idea di musical abbastanza rivoluzionaria, che inorridisce i puristi, e incuriosisce i neofiti del genere. Personalmente consiglio a tutti di dare un’opportunità al film, che – critici o non critici – con il pubblico sta funzionando benissimo: 137 milioni di incasso negli Usa, e oltre 300 nel mondo, a fronte di un costo di appena 60. Sappiate però anche quello a cui andate incontro: 160 minuti di canto senza interruzioni parlate, in inglese, sottotitolato.

PS: nota a margine per gli attori, tanto criticati. Io li ho trovati tutti bravissimi, intensi e in parte, nei limiti consentiti dalle loro corde vocali: compreso Russel Crowe. L’unica cosa che mi ha fatto leggermente girare le scatole è vedere Anne Hataway, già di suo ai limiti dell’anoressia come la maggior parte delle dive hollywoodiane (vedi Emma Stone durante l’annuncio delle nomination agli Oscar), dimagrire ulteriormente per interpretare Fantine in punto di morte: praticamente uno scheletro, con un effetto ai limiti della pornografia, antiestetico, perfino incongruo. Eccessi che mi pare vadano soltanto stigmatizzati.

 


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