Oscar 2013, la scomparsa del cinema pop: bocciati Hobbit, Avengers, Batman e… Di Caprio

Ogni anno, dopo le nomination agli Oscar, sento ripetere lo stesso ritornello: “è andato tutto come previsto”. Ogni anno, questo compreso. Eppure stavolta le cinquine di sorprese ne presentano parecchie.
Parto con quella più grossa: Tom Hooper (Les Miserablés), Paul Thomas Anderson (The Master), Kathryn Bigelow (Zero Dark Thirty), Quentin Tarantino (Django Unchained), Ben Affleck (Argo) e Sam Mendes (Skyfall), NON sono stati nominati come miglior registi. Erano tutti papabili ed erano tutti – fatta eccezione per Hooper, le cui scelte di regia “avanguardistiche” hanno lasciato molti perplessi – più che meritevoli. Invece in cinquina ci finiscono David O. Russell (Silver Linings Playbook), il regista di The Fighter, che negli Usa è considerato un mezzo genio (mah); Behn Zeitlin (Beasts of the Southern Wild), l’indipendente partito dal Sundance (ce n’è uno ogni anno, e non può mancare perché rappresenta l’intera categoria degli indie, quindi il sogno americano applicato al cinema); Michael Haneke (Amour), autore durissimo e purissimo, e vero trionfatore di queste candidature (addirittura 5 per il suo film).

Come vedete non ho nemmeno preso in considerazione Christopher Nolan, Peter Jackson o Joss Whedon, i cui film, assoluti dominatori al botteghino mondiale, non hanno portato a casa praticamente nulla (3 nomination minori per Lo Hobbit, una per The Avengers). La scarsa attenzione per il cinema popolare non è una novità, e l’anno scorso il dominio di The Artist segnava già questa tendenza. Ma nell’anno dei super-incassi collezionati dai grandi brand, e del record assoluto ai botteghini americani, la distanza tra pubblico e Academy fa più rumore. L’unico che tiene botta è Skyfall, che grazie alla mano “educata” di Sam Mendes (e alla voce di Adele…) si porta a casa 5 nomination. Per questo la sua mancanza tra i registi nominati è ancora più ingiusta: il pop d’autore di Mendes è un “tono” difficilissimo da sostenere.

Personalmente sono molto contento delle 5 nomination ad Amour. Ho visto questo film arrivare da lontano (la prima mondiale a Cannes) e l’ho amato senza riserve da subito, tanto da giocarmi una recensione spudorata e un titolo potenzialmente suicida pochi minuti dopo la visione (questo). Amour è approdato dove si meritava che approdasse, ma il successo va oltre le mie più rosee aspettative: non solo candidature a miglior film straniero e migliore interprete (Emmanuelle Riva), ampiamente previste, ma addirittura miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior film! Mi dispiace solo – ma profondamente, terribilmente – che non abbia avuto la nomination anche Jean-Louis Trintignant, che nel film è grandissimo, e ci porta dentro la terribile sofferenza che la vita gli ha stampato addosso dopo la morte della figlia.
Sono contento anche per Django Unchained, l’unico altro capolavoro in lizza, ma qui 5 o 10 o 20 o 0 nominations avrebbero fatto poca differenza. Il cinema di Tarantino ormai è come quello di Michael Mann: non ha bisogno di niente e di nessuno, né dei critici, né dell’Academy, e paradossalmente nemmeno del pubblico (che comunque lo adora). Non è più perfettibile, è già storia.

Tra le cinque candidature di Django non c’è pero quella a Leonardo Di Caprio: come attore non protagonista gli è stato preferito Christoph Waltz. Ora, di Waltz non si sa che altro dire: se ripenso al momento culminante della sua interpretazione in Django, l’ultimo, un altro po’ e mi metto a piangere. Ma Waltz un Oscar l’ha già vinto, per un ruolo molto simile, e che sapesse fare quel che ha fatto era già cosa nota. Invece Di Caprio nel film di Tarantino – e lo dice uno che non è un suo estimatore – è sorprendente. Preferire Waltz è un po’ come continuare a dare il Pallone d’oro a Messi.
Altre cose che non mi sono piaciute: le sceneggiature di Ruby Sparks e Looper meritavano la nomination tra gli script originali. E Le 5 leggende è il miglior film d’animazione dell’anno, e invece nisba (curioso che la cinquina sia dominata da lavori in stop motion).

Noto infine che sparso qua e là c’è moltissimo cinema politico, nel senso più ovvio del termine: da Lincoln a Zero Dark Thirty, da Django Unchained a The Master, fino a Beasts of the Southern Wild, i film che hanno testi o sottotesti ambiziosi sono parecchi. Proprio per questo ho tenuto per ultimo Vita di Pi. L’opera di Ang Lee è un alieno in mezzo alla competizione: una bellissima avventura per ragazzi connotata da un forte misticismo interreligioso, piena di messaggi positivi, semplici da elaborare e giusti. Il passaparola lo sta trasformando in un successo imprevisto in tutto il mondo, perché il film è anche molto spettacolare. Alla fine probabilmente non vincerà nulla, schiacciato dalla retorica e dall’ovvia, risaputa qualità spielberghiana: ma io gli faccio i migliori auguri.


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