La Scala Paraculo. Ovvero, perché critici e spettatori non vanno mai d’accordo

Al recente Festival di Roma, sono rimasto coinvolto in una discussione con l’amico e collega Gabriele Ferrari sul film The Motel Life – storia di due fratelli orfani e un po’ sfigati, e dell’amore che li tiene uniti. Gabriele era molto commosso, io un po’ meno. Come motivazione ho addotto sbrigativamente che il film è “troppo paraculo”. Essendo la terminologia “paraculo” ancora poco attecchita nel vocabolario dei critici, vorrei fare un po’ di chiarezza a riguardo. E nel farla, rispondere all’annosa questione: PERCHE’ CRITICI E SPETTATORI NON VANNO MAI D’ACCORDO.

Dunque.

Un film ha bisogno di un certo equilibrio tra programmazione e improvvisazione, tecnica e istinto, adozione di certe norme e il loro sovvertimento. Quando prevalgono i primi, dove cioè si persegue l’effetto drammaturgico e si induce la reazione emotiva dello spettatore sempre a tavolino, il film diventa soprattutto un prodotto industriale. Quando invece la liberta creativa di un autore elude deliberatamente ogni regola costruttiva, grammaticale, si rischia l’autismo, i film che parlano soltanto a loro stessi (e a una ristretta cerchia di ipercinefili, più interessata a se stessa che al pubblico).

Entrambi gli estremi hanno comunque ragione di esistere. L’autismo estremo, l’avanguardia, traccia nuovi sentieri per la creatività, sentieri che saranno poi in parte “rigovernati” dall’industria, in forme più comprensibili per il grande pubblico. Senza l’industria, invece, semplicemente il cinema come lo pensiamo/sogniamo/desideriamo fin da bambini non esisterebbe.

Vi faccio qualche esempio.

TRUCCHI E TRUCCHETTI
Quando un film inizia – escludendo le informazioni che abbiamo acquisito prima di entrare in sala – dei personaggi non sappiamo nulla (certo, ci sono eccezioni: per esempio i film storici, o i biopic): sono degli estranei, e quindi del loro destino non ci importa granché. Nella fase di set-up, è necessario che questi personaggi ci diventino familiari, che ne comprendiamo il passato, la condizione sociale, la professione, le ambizioni, i parenti – una o più di queste caratteristiche.
Un modo tipico di risolvere il problema è di usare la voce fuori campo: il protagonista parla al pubblico, si presenta, rivela il contesto. La cosa è assolutamente paradossale, ma si tratta di una convenzione narrativa accettata, di uso comune.

Oppure può accadere che un secondo personaggio introduca il primo – a una festa, a una lezione universitaria, a un matrimonio. La presentazione è ovviamente a tutto uso del pubblico in sala.
Ma presentare un personaggio significa spesso svelare anche che rapporto ha con gli altri personaggi fondamentali del film. Per svelare il passato comune di due protagonisti della storia, il modo più semplice è di farli discutere, o litigare, rinfacciandosi reciprocamente i fatti accaduti che si vuol far sapere al pubblico.
Ora: un film molto “paraculo” userà questi espedienti senza scrupoli e particolare inventiva, mentre un film molto autistico non si preoccuperà di introdurre i personaggi al pubblico, saltando completamente il set-up, e lasciandoci a brancolare nel buio per un bel po’ (o per tutto il film).
Il genio pop – a mio parere – sta nell’utilizzare in modo innovativo, sorprendente, strumenti ormai consunti. Caso tipico, Viale del Tramonto: qui c’è sì una voce fuori campo a introdurre la storia, ma appartiene ad un uomo morto.

“Ma che personaggio le hai scritto, Chris?”
“Da morire dal ridere, eh?”

UN CASO DI PARACULAGGINE ESTREMA
Inception. Il personaggio dell’architetto, interpretato da Ellen Page, è pressoché superfluo dal punto di vista logico (cosa dovrebbe significare che progetta i sogni?) e della costruzione del dramma (non si lega emotivamente a nessuno dei protagonisti), ma assolve a una funzione fondamentale: permette che vengano spiegate le complicatissime regole del mondo creato da Nolan, attraverso la lunga (e un po’ pedante) spiegazione che riceve dal personaggio di Leonardo Di Caprio.

SCRITTURA E REGIA
Naturalmente gli artifici di cui stiamo parlando fin qui, riguardano la scrittura, ma potremmo anche affrontare la questione dal punto di vista della scelta delle inquadrature, ovvero dell’”impaginazione” del film.
Immaginiamo di essere di fronte ad uno dei picchi emotivi di una storia, un momento in cui due personaggi profondamente legati tra loro sono provati, feriti, delusi, afflitti. La soluzione più ovvia è quella di puntare su dei primi piani, con campi e controcampi sui volti dei protagonisti. Occhi lucidi, lacrime finte, volti arrossati – o molto pallidi, capelli al vento.
Eppure – in Amour – Michael Haneke racconta l’assoluta, invincibile intimità dei suoi due protagonisti, ormai vicini alla morte, mostrando un uomo che si ostina a cacciare dal suo appartamento un piccione curioso.

Per concludere: agli addetti ai lavori certe ovvietà del linguaggio cinematografico – più che lecite, e in molti casi efficaci – raramente entusiasmano. Avendo visto un numero di film infinitamente superiore agli spettatori comuni, siamo abituati a riconoscere in tempo reale i cliché, a distinguere la tecnica dalla finzione, la storia dal prodotto industriale. “Vediamo” la grammatica del cinema, in atto.
Lo spettatore comune, invece, è assolutamente alla mercé del regista, si concede ai suoi trucchi senza troppe remore, e richiede soprattutto che una storia sia raccontata in modo comprensibile e coinvolgente.

Bello, eh, limonare mentre ti prendi la polmonite

LA SCALA PARACULO
Introduco a questo punto, per comodità di tutti e futuro utilizzo, la Scala Paraculo.
Un film che sulla Scala Paraculo riceve un 10, è un film che non si pone il problema di camuffare i “trucchi” di scrittura e regia che utilizza, e che ha un basso grado di originalità.
Molto probabilmente avrà un buon successo di pubblico.
Paraculo 10 sono: Le pagine della nostra vita, Ghost, Dirty Dancing.
Un film che sulla Scala Paraculo riceve uno 0, è un film assolutamente inclassificabile, difficilissimo da seguire e comprendere, probabilmente di pura avanguardia.
Molto probabilmente farà il giro dei Festival più importanti, e altrettanto probabilmente non lo vedrà nessuno.
Ha le stesse probabilità di essere un film brutto del primo.
Paraculo 0 è Tiro en la cabeza (cercate un po’ in rete…).


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