Festival di Roma, si chiude: gli ultimi film e un primo bilancio

Finito il Concorso, quasi finito il Festival, si possono tirare le somme. Al di là degli alti e bassi, e considerando la difficoltà di allestire un programma tutto di prime mondiali in pochi mesi, la sentenza è facile: il livello dei film in competizione è stato più che buono, quello dei film fuori competizione – che si dovrebbero prendere la responsabilità di riempire degnamente il red carpet – no. Una sola vera serata di Gala – quella di Bullet to the Head con Stallone -, un altro ottimo titolo – Le 5 leggende – ma senza nemmeno uno dei doppiatori/star al seguito (Jude Law ha fatto una toccata e fuga, restando in pratica invisibile), e fine della storia. Se Mueller si ferma un altro anno, con tutto il tempo a disposizione per contrattare i blockbuster con le Major, l’edizione 2013 potrebbe essere più golosa. Di questa, l’unico errore veramente imperdonabile è stato affidare la serata di apertura a un film tagiko… Lì si capisce che alle volte la cinefilia militante manda fuori giri il buon senso: perfino un pappicorsicato con Preziosi e la Chiatti avrebbe fatto una figura migliore.

Dicevamo del concorso. In questi giorni è andato tra l’altro in scena il “caso Paolo Franchi”, il cui E la chiamano estate ha creato un clima da bar durante la proiezione stampa – risate e urla comprese. Il paradosso, in certe situazioni, è che la maleducazione della platea di presunti (e in molti casi sedicenti) addetti ai lavori, fa quasi venire voglia di difendere il film massacrato. Per stavolta resisto alla tentazione. Paolo Franchi era già stato invitato da Mueller in concorso a Venezia nel 2007, dove il suo Nessuna qualità agli eroi aveva ricevuto in pratica la stessa accoglienza (la quasi totalità degli articoli verteva sulla credibilità di un erezione di Elio Germano). Franchi è da sempre interessato alla sessualità, e alla psicoanalisi. In E la chiamano estate c’è molto sesso e molta psicoanalisi. La storia assomiglia pericolosamente a Shame: un uomo non riesce ad avere rapporti con la donna di cui è innamorato, e per esorcizzare il problema fa visita agli ex fidanzati di lei. Tutte le notti, inoltre, frequenta prostitute e locali per scambisti. E soffre, si lagna, si incazza.

Purtroppo l’espressione di questo disagio in termini di dialoghi e voce fuori campo (una lettera d’addio, che presagisce fin dal prologo l’epilogo tragico, torna continuamente in forma di cantilena) è talmente goffa e ripetitiva che ben presto il tragico si tramuta in grottesco, e poi in parodia. Non ci si può fare assolutamente niente. Franchi non riesce a comunicare quel che ha in testa e che evidentemente lo spinge a girare, è molto chiaro in particolare durante le conferenze stampa – qui a Roma ha detto che il suo film è per uno spettatore su 100: qualcuno gli spieghi che il cinema non funziona così – e farebbe meglio a far scrivere i suoi film a qualcun altro, perché invece ad usare la macchina da presa è molto bravo.

Tra ieri e oggi, però, si sono visti anche due dei film più belli del concorso, ovvero Drug War di Johnnie To, e The Motel Life, dei fratelli Polski.
Il primo segna il ritorno di To al cinema che gli riesce meglio, il gangster movie, ed è un ritorno trionfale, perché il film contiene tutti gli elementi che hanno fatto grande il suo cinema: spirito di sacrificio, eroismo e vigliaccheria spinti tutti al parossismo; personaggi complessi, che hanno sempre una seconda faccia da mostrare; e, praticamente in ogni scena, un ingrediente messo lì apposta per far salire la suspance. Fino all’epica – epica, due volte – resa dei conti finale, sulla strada, un pezzo di bravura da restare congelati. In attesa di una seconda visione, mi viene da dire che è uno dei film più belli della sua carriera.

The Motel Life, infine, è cinema indie americano piuttosto convenzionale – la storia di due orfani (Stephen Dorff ed Emile Hirsch) che crescendo restano attaccati l’uno all’altro, con la conseguenza che il più fragile diventa una sorta di zavorra per l’altro -, con una serie di ingredienti che magari hanno un po’ stufato, almeno i più scafati (per esempio l’alternanza tra live action e animazione, per altro molto bella), ma che qui funzionano bene. La morale, se ce n’è una, è che le buone storie riscattano anche un’esistenza balorda.


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