Festival di Roma, Day 6. Incontrare il mito: i miei 15 minuti con Sylvester Stallone

Non so che idea abbiano i lettori di chi fa il nostro mestiere – nemmeno io ne ho una precisa – ma credo che per molti la professione sia nata dalla passione. E le passioni hanno radici nell’infanzia.
La premessa serve a giustificarmi.
Ieri ho incontrato Sylvester Stallone per realizzare un’intervista che verrà pubblicata prossimamente su Best Movie, nell’edizione per le edicole. E non è stato un incontro come un altro. Non potendovi svelare ancora i contenuti dell’intervista, vi racconto come è andata, cerco di farvi entrare lì dentro con me.

Altra premessa: l’incontro, in gergo, era una 1to1. Significa che nella suite dell’albergo, per 15 minuti, eravamo io e lui. Cose del genere, per fortuna, periodicamente succedono, ma le 1to1 con le grandi star sono sempre le più difficili da ottenere, perché il tempo è poco, e tutti – quotidiani/settimanali/mensili/bimestrali, riviste di cinema/musica/moda/salute/motori/giardinaggio/arredamento, senza contare i TG e le radio – fanno richiesta per ottenerle. E non intendo “tutti” in Italia, intendo “tutti” nel mondo, perché ai grandi Festival è presente anche la stampa estera.

Allora. L’incontro è fissato all’una. Io arrivo in albergo con mezz’ora buona di anticipo, pur sapendo che se mi convocano per l’una, come minimo si inizierà all’una e un quarto. Ma succede come con le ragazze al liceo, quando passi a prenderle a casa, e sei al citofono sempre troppo presto.
L’Hotel è a due passi dalla mitica Via Veneto, ed è di quelli in cui quando ti fermi in taxi davanti all’ingresso – mentre cerchi nel portafogli due biglietti da 5 euro, accartocciati su un ticket del tram – un portiere in livrea blu è già arrivato ad aprirti lo sportello. L’altra porta, quella della hall, pesa invece un quintale, e giustifica pienamente il suo lavoro. Oltre, mi attendono una distesa sterminata di marmi, salotti in pelle, cuscini rivestiti di velluto.

Stallone non si vede ancora, ma i segnali sono chiari: guardie del corpo con l’auricolare stazionano alla base delle scale, e una serie di completi blu e grigi – camicia pantaloni giacca cravatta – ordinatamente ripiegati sopra una gruccia, vengono portati dentro e fuori da una suite.
Vengo accolto da 4 – non uno di meno – uffici stampa, due italiani e due stranieri, tra cui la publicist di Stallone, che è l’anello di congiunzione tra il giornalismo, l’esercito e la savana. Qualsiasi cosa mi dica, la farò senza discutere.

In realtà, con lei – direttamente – non parlo nemmeno, ma per tramite del suo collega italiano. Che infatti a stretto giro mi comunica le direttive generali pervenute (chiamiamolo “Protocollo Stallone” – grazie Marita).
Il PROTOCOLLO STALLONE prevede:
1) Niente domande sulla tragedia del figlio Sage (e ci mancherebbe)
2) Niente complimenti, smancerie, plausi (vabè)
3) Niente autografi (cazz…)
4) Niente foto ricordo (tragedia assoluta)
Assorbo il colpo, annuisco, mi siedo.

L’intervista inizia esattamente all’una e un quarto. All’una e sei devo fare una veloce capatina in bagno: uno degli addetti stampa che fino a quel momento mi aveva ignorato, mi intima con gli occhi pallati di fare infrettissima.
Faccio infrettissima.
All’una e tredici minuti l’agitazione sale a livelli di guardia – devo entrare nella suite, il che significa che vengo praticamente scaraventato dentro.
Siamo io, Stallone, l’interprete (non si sa mai), un tavolino con dell’acqua, tre bicchieri e delle caramelle gialle e rosa con la carta bianca trasparente (come a dire che quell’istante non mi è rimasto impresso per niente). Tre sedie. Naturalmente l’interprete si siede sulla sedia di Stallone, io su quella dell’interprete e Stallone ride. L’ufficio stampa americano numero 2 (la publicist rimane fuori) ci fa cambiare di posto, mi comunica che ho quindici minuti – non un secondo di più – ed esce. A questo punto io sudo come un cammello.

Stallone indossa una giacca grigia e bianca, a quadri, che richiama i capelli brizzolati, sale e pepe. Porta il gilet e una cravatta nera che gli stringe il collo come un cappio. Vederlo mi fa uno strano effetto. Ha 66 anni, l’età di mio padre, la stessa gentilezza comprensiva nello sguardo. La stessa stanchezza composta. Mi impressionano le mani gonfie, le dita corte e tozze, il mignolo storto, un gigantesco anello d’oro. Il resto del suo fisico – che in Bullet to the Head sfoggia ancora con orgoglio, perfino nel poster, e a diritto – è compresso sotto tre strati d’abiti, tentativo di eleganza incongrua, come i rugbysti dopo le partite, con la divisa della nazionale.

Prima di iniziare a parlare vede le caramelle – “Candies!”, dice, come una bambina di un cartoon Pixar – e ne scarta una, di quelle rosa.

E’ generoso, calmo. Parla per immagini, associazioni, esempi: dispiega le risposte come un insegnante, o un medico. Gesticola un po’, forse l’ultima traccia delle sue origini italiane. Si vede che mentre si dedica a una cosa ne intuisce altre – riassesta le idee di continuo. Quello che non ama – come i remake  -  gli mette in faccia un cruccio buffo, insofferente, lo stesso dei suoi film.

Non ha nessuna posa che non sia il broncio sghembo, le spalle pesanti.

Dopo tredici minuti – due meno del previsto – rientra l’ufficio stampa. Quando lo saluto, e gli do la mano, mi guarda appena, si è già dimenticato. Un’altra giornalista è già pronta per entrare.
Chi ha 36 anni – poco più, poco meno – e non è cresciuto tra un Rocky e un Rambo, chi non ha ripetuto ebete a scuola le battute di Marion “Cobra” Cobretti, alzi la mano. Io le tengo in tasca, mentre passeggio un po’ assonnato verso piazza Barberini. Penso che i sogni, una volta realizzati, sembrano sempre ovvi.


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