Festival di Roma, Day 3: la pioggia, un altro film bello, un problema con Bellocchio

Dopo tre giorni, un terzo di festival, si può fare un primo bilancio: a Roma si sono già visti più buoni film – tra concorso e fuori concorso – di quanti se n’erano contati a Venezia. Ci va di mezzo anche la fortuna, si capisce, ma su questo campo Mueller sta vincendo la partita. Però le proiezioni per il pubblico – e tutto l’Auditorium – continuano ad essere deserti – pure di domenica, pure col maltempo – quindi anche il buon lavoro di selezione finisce (giustamente) nello scarico. A che serve un Festival se chi non è dell’ambiente nemmeno sa che esiste?

I film, dicevamo. Stamattina secondo titolo francese (dopo Main dans la main, raccontato ieri), seconda commedia e secondo gioiellino: Populaire di Regis Roinsard racconta il secondo dopoguerra in Francia, secondo un’ottica su cui – cinematograficamente parlando – non si scommetterebbe un nichelino: la dattilografia.
Ripeto: la dattilografia.
E invece no, si scopre subito che in quegli anni il mestiere di segretaria – d’avvocati, commercialisti, dottori, quasi tutti reduci del fronte – era considerato un buon modo d’emanciparsi per le giovani donne, specie quelle che venivano dalla campagna: stipendio sicuro, vita di società, conoscenze altolocate. Le segretarie, all’epoca, erano soprattutto delle dattilografe, il che faceva delle macchine da scrivere (tra cui la “Populaire” del titolo, rosa confetto, come tutto il film) un oggetto dei desideri di massa.

Ebbene. Tra le aspiranti segretarie c’è pure Rose Pamphyle (Deborah Francois), 21enne biondissima impacciata casinista, con il dono di battere sui tasti più veloce del vento. Lascia la bottega di papà e si presenta alla porta dello studio di Louis Echard (Romain Duris), assicuratore belloccio e ricco il giusto, che prima l’assume e poi capisce che il modo migliore per valorizzarla non sono le scartoffie ma le gare di dattilografia. Veri e propri tornei a cronometro in cui si contano le battute al minuto (sui tasti) come fosse il tempo di Bolt e compagnia sui cento metri. Tornei regionali, poi nazionali e persino mondiali, in un tripudio di sfidanti variamente isteriche e determinate, dalla connazionale vipera, alla tedesca tutta d’un pezzo, alla bimba prodigio coreana (c’è anche un italiana che spacca lo strumento in una crisi di nervi…).

Ma che roba è, insomma? È una deliziosa commedia romantica (rosa, rosa, rosa!),  per aspiranti Audrey Hepburn, impeccabilmente anni ’50 se non fosse per la consapevolezza citazionista del giochino – e l’unica scena hot che fa capolino a tre quarti. Perché Rose e Louis, è ovvio, si piacciono e da subito, ma un po’ l’orgoglio, un po’ le coincidenze, e molto la scalata sociale e mediatica di Rose (a furia di dattilografare, finisce sulla copertina di Elle, alla radio, in TV), allungano doverosamente il brodo (e accelerano le palpitazioni delle spettatrici).
Insomma: bello, e ben adatto alle coppie in amore. A noi critici, invece, manda in brodo di giuggiole la misura sublime della commedia, i dettagli. Per dirvene una, l’impaccio di Rose in ufficio non è mica buttato in farsa, viene fuori così: scrive gli appunti sulla mano, o sorride un po’ troppo quando il capo lusinga furbo una vecchia cliente. Eppure è tutto chiarissimo, e divertente.
Uscirà prossimamente in Italia per BIM, non perdetevelo.

La mattinata si è chiusa con un kolossal cinese, Back to 1942, un meritevole polpettone storico e guerresco che racconta l’esodo della popolazione dell’Henan, una regione della Cina colpita da siccità, in piena invasione giapponese. Come si può intuire siamo nel 1942, e il governo ha altro a cui pensare – soprattutto il sostegno alle truppe – per dare una mano ai disgraziati in marcia, che vengono lasciati a morire di fame e di bombardamenti in mezzo a una pianura gelida e deserta.

La cosa fondamentale da dire sul film è che l’ho visto tutto da un poltroncina laterale, seduto esattamente dietro a Marco Bellocchio, la cui nuca bianca – con una crestina centrale dritta e sbarazzina – esercitava su di me un fascino ipnotico e misterioso. Problema: al cinema amo poggiare le ginocchia sulla poltrona davanti e per questo cerco posti con nessuno davanti. Purtroppo Bellocchio è arrivato all’ultimo, al tramontare delle luci di sala, impedendomi ulteriori spostamenti e spingendomi a tenere istericamente a bada le gambe per tutto il film (E se urto Bellocchio? E se Bellocchio si gira e mi dà dello stronzo?), il che non ha giovato alla concentrazione. Il film è comunque senz’altro lungo (due ore e mezza, vedo dal pressbook), abbastanza spettacolare (i bombardamenti soprattutto), tristissimo. E giusto. Direi da promuovere.

Nota del giorno: non vi parlerò de Le spose celesti dei mari della pianura, immancabile film russo del concorso, di cui tutti stanno parlando un gran bene, e che non vedrà nessuno. Avendo già pagato dazio con i due terrificanti titoli russi di Cannes e Venezia, ho dato fondo al mio sadismo e mandato in proiezione il povero Gabriele Ferrari, redattore giovane e forte, mentre io mi strozzavo di tacos in un pub. Gabriele dopo il film mi ha relazionato con un sms pieno di indecifrabili tecnicismi cinefili. Ve lo riporto, per completezza: “Il russo è una palla al c**zo”.


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