Festival di Roma, Day 2: pochi divi sul Red Carpet, ottimi film in concorso

Il Red Carpet della serata inaugurale al Festival di Roma

Mueller può continuare a far finta di niente (leggi le sue dichiarazioni d’apertura), ma ieri sera il primo Red Carpet del suo festival (guarda le foto) è stato povero: nessun vero divo, fotografi abbioccati, spettatori distratti. Finora la strategia del neo-direttore è stata quella di tutelare se stesso, ovvero il proprio prestigio cinefilo (tutti film in prima mondiale, autori di nicchia ma buon nome) a discapito della tenuta mediatica del Festival, e quindi della città. Forse era meglio giocarsi subito Stallone, ma è anche vero che in quel modo restava pochissimo per i giorni a venire.

I primi film del concorso, per lo meno, sono tutti buoni. Di Miike abbiamo detto ieri. Il secondo film, Main Dans la Main (Mano nella mano) di Valerie Donzelli, ha confermato il talento della giovane attrice e regista francese, la stessa de La guerra è dichiarata, storia autobiografica e prodigio di equilibrismo, capace di raccontare la tragedia di un bambino gravemente malato con toni lievi e surreali, quasi da musical.

Stavolta invece il tema è leggero quanto la forma: l’amor fou, ma ridotto ai soli effetti fisici, ai suoi campi magnetici. Joachim ed Helene, un vetraio e la direttrice dell’Operà di Parigi, si incontrano per caso e si baciano per necessità, all’improvviso, senza premesse. Da quel momento non riescono più a dividersi: in senso letterale, non figurato. Ovunque vada l’uno, il corpo dell’altro risponde come una calamita. Addirittura, seduti a fianco, se chiudono gli occhi e agitano le mani, si muovono identici, contemporanei. Ogni genere di professionista medico psichiatra dice la sua, ma nessuno ha una risposta buona, e unica.
Passa il tempo, e la simmetria pian piano si allenta. Quando dormono, quando ballano, riescono a recuperare un po’ di spazio. Non si toccano però mai, non fanno sesso, anche una carezza sarebbe una conquista: la loro relazione è pura prossimità di corpi e pensieri.
L’equilibrio dura, ma non per sempre: “Ho bisogno di ritrovare me stesso” dice Joachim, e con un secondo bacio rompe l’incantesimo. Recuperate le distanze, e quindi la prospettiva sulle proprie vite, finiranno – finalmente – a letto. E soprattutto mano nella mano.

La Donzelli estremizza le promesse del suo cinema, spinge ancor più sul surrealismo, non si nega niente: torte in faccia, abiti da sera ricavati da una tenda, meta-cinema/teatro/danza sul palco dell’Operà, trasognate panoramiche urbane, baci scaltri, baci improvvisati, figurine e fraintendimenti da vaudeville, ma tutto resta insieme, c’è un’armonia chiara che è puro talento, come un collage improvvisato sull’agenda, ritagli di giornale che diventano un disegno vero. Sembra questo, la Donzelli: una vecchia compagna di scuola che sa trasformare chincaglierie impolverate in nuove statuine, e ne ha fatto un mestiere.

Terzo film, terzo regalo: Alì ha gli occhi azzurri di Claudio Giovannesi è una storia di ragazzi, 16 anni alla periferia di Roma. Alì è musulmano di seconda generazione, e non trova un posto nel (suo) mondo: si incazza con l’insegnante per il crocefisso appeso in aula, ma si incazza pure con i genitori che gli impongono – per religione – di lasciar perdere Brigitte, la sua ragazza, o non rimette piede a casa. Gira sempre, e si fida, accanto all’amico Stefano, ma quando quello ci prova con la sorella quasi lo ammazza, che far coppia va bene per lui, non per la sorella: “è così e basta”. Orgoglioso, incazzato, delinquente per abitudine ma senza talento (rapina una tabaccheria, poi una prostituta, sempre con l’affanno), non è un modello di figlio, studente o cittadino, è solo quello che è.
Gran film realista (fa il paio con L’intervallo, ma è assai meglio) sulle improbe fatiche dell’integrazione culturale, non lascia suggerimenti, fotografa e basta: Alì ha gli occhi azzurri, ma perché indossa le lenti colorate.


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