Festival di Roma, Day 1: è tornato il vecchio Miike, quello completamente pazzo, quello che ci piace tanto

E’ iniziato il primo Festival di Roma dell’era Mueller, ed è iniziato come ci si poteva aspettare: con un film orientale di grande qualità, non troppo cinefilo, ma nemmeno sfacciatamente pop. Lesson of the Evil è tratto da un best seller giapponese a sua volta ispirato alla storia (mi dicono vera) di un professore di liceo psicopatico, arrestato dopo aver compiuto una strage di studenti nella scuola in cui lavorava. Il regista è Takashi Miike, autore ultraprofilico (parliamo di tre film all’anno) diventato di culto grazie a capolavori come Visitor Q, Ichi the Killer e Audition, roba che a distanza di anni continua a fare una certa impressione. La cosa positiva è che dopo aver passato qualche anno a dirigere action comedy per teenager con l’obiettivo di gonfiarsi il portafogli (dalla versione live-action di Yattaman a Crows Zero e Ninja Kids) e remake impeccabili ma un po’ pallosi di celeberrimi chambara (i film di samurai: 13 assassini e Hara-Kiri nello specifico), Miike è tornato a fare quello che gli riesce meglio: psycho-thriller di violenza parossistica con una marcata chiave di lettura sociologica.

La storia di Lesson of the Evil è semplice semplice: in un liceo privato – di quelli in cui gli studenti indossano divise eleganti e costose, tutti in cravatta, maschi e femmine – arriva il giovane Saiji Hasumi (Hideaki Ito), bello, robusto e comprensivo con gli allievi. In realtà Hasumi mostra fin da principio una doppia faccia: da un lato si comporta con i ragazzi da fratello maggiore, dall’altro cerca di mettersi in mostra al Consiglio dei Professori, dove suggerisce una strategia per eliminare il problema dell’abuso dei cellulari in aula. Ma è solo l’inizio: difende una ragazzina dalle attenzioni morbose del prof di ginnastica, per poi portarsela a letto; ricatta un altro prof che ha una relazione omosessuale con uno studente per spillarne dei favori; fa saltare in aria il genitore apprensivo di un teenager timido che si lamenta del bullismo tra i banchi. Quando poi la situazione gli sfugge definitivamente di mano, inizia la vera e propria mattanza, che, badate bene, occupa oltre un’ora di film: una strage che non finisce più.

Il film ha un set-up (la fase di presentazione dei personaggi e del loro mondo) prolisso e ripetitivo, in cui la violenza resta fuori campo, ma quanto ingrana le marce alte non lo fermi più. Miike gira divinamente l’azione, tenendo sempre alta la suspance, e mette in scena l’orrore con toni a volte oltraggiosamente canzonatori, a volte psichedelici, sempre iperrealistici. Ci sono anche i suoi tipici deliri simil-cronenberghiani, con il fucile del professore omicida che si deforma in una protesi carnosa con un occhio al centro. La parte in assoluto più folle è il lungo flashback di Harvard, in cui “ammiriamo” i primi omicidi di Hasumi in compagnia di un compagno di corsi inglese ancora più scoppiato di lui. Qui, per capirsi, si masticano bulbi oculari come fossero chewing-gum.

Detto questo – e nonostante Miike sorvoli sulla questione preferendo delirare che vuole distruggersi la carriera con film sempre più estremi, per la gioia dei nerd all’ultimo stadio presenti alla conferenza stampa (e per la mia naturalmente) – è difficile, in un film in cui un professore che non distingue il bene dal male passa un’ora e un quarto a massacrare studenti sotto festoni colorati che recitano “Il futuro è vostro”, non leggere anche una certa sfiducia nell’avvenire delle nuove generazioni e nello stato delle istituzioni giapponesi. Che la questione vi interessi o meno, comunque, il film ha tutto per piacere ai fan di Miike, e non solo.
Domani in compenso aspettate fiduciosi i soliti scandali a buon mercato sui quotidiani nazionali, che tireranno in ballo Breivik e il cattivo gusto.

Nota a margine: scrivo e scriverò questo Diario da Roma dalla nuova sala stampa del Festival, che è una vera e propria benedizione. E’ grande il doppio degli anni passati, luminosa, fresca, ben fornita di acqua minerale, e non ospita le squadre di fotografi, tradizionalmente rumorose come scimmie impazzite, e dirottate finalmente altrove. Essere cattivi con Mueller da qui, è molto più difficile.

Seconda nota a margine: ho visto anche Le 5 leggende, ma per ragioni noiosissime che non vi sto a spiegare non posso parlarne fino a martedì. Però che è molto bello credo di potervelo anticipare.

Terza nota a margine: ho visto anche The Man with the Iron Fist di RZA. Non posso parlarvi nemmeno di questo, ma tra il film di Miike e quello di RZA  ho assistito ad almeno 200 omicidi, senza esagerare, uno spargimento di sangue che al confronto l’ascensore di Shining è l’equivalente di un taglietto sul polpastrello.


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