Il cinema, 32.000 anni fa

La caverna Chauvet-Pont-d’Arc si trova nel sud della Francia, lungo le rive del fiume Ardèche, meta di molti amatori della canoa anche italiani. È stata scoperta nel 1994 da alcuni geologi, con il metodo tradizionale della ricerca di getti d’aria provenienti dal terreno, accostando l’orecchio o la mano tra le fessure della roccia. In quella grotta si sono scoperte le più antiche pitture rupestri mai rinvenute, risalenti a 32.000 anni fa: sono la più antica forma di rappresentazione artistica esistente al mondo.

La grotta in questione è chiusa ai turisti, il cui fiato potrebbe causare la crescita di muffe (senza contare incidenti ben più ovvi e distruttivi), e gli stessi scienziati ci si possono avventurare soltanto in certi periodi dell’anno e per un periodo limitato di tempo. Con loro, nel 2008, è entrata per alcune settimane anche una troupe di 4 persone, tra cui il regista Werner Herzog. Le riprese effettuate sono state montate in un film, Cave of Forgotten Dreams, che ora esce in Italia in Blu ray e Dvd, in 2D e pure in 3D.

Ma come si trasforma questa esperienza in un film? Si tratta, chiariamolo subito, di un documentario in tutto e per tutto. La “grotta dei sogni dimenticati” – come recita il titolo – viene mostrata in una doppia prospettiva: per le risposte che suggerisce, e per le nuove domande che pone.

La grotta viene mappata e ricostruita tridimensionalmente al computer, proprio come accade in Prometheus

La grotta viene mappata e ricostruita tridimensionalmente al computer, proprio come accade in Prometheus

Le risposte
Nella grotta, a pochi centimetri di distanza, ci sono disegni che, datati al carbonio, risalgono a epoche distanti anche 5000 anni. Eppure per il tratto, lo stile, i materiali usati per tracciarli, sembrano fatti nel giro di due ore. Che effetto fa pensare, oggi che bastano pochi anni per trasformare completamente le nostre abitudini – il modo in cui comunichiamo -, che è esistita un’epoca in cui per migliaia di anni non cambiava praticamente nulla? Se questa è l’accelerazione impressa dall’uomo alla propria evoluzione linguistica, al proprio sistema di segni, pensare al vicino futuro dà le vertigini.

Le domande
Tra gli enormi teschi degli orsi delle caverne, coperti da strati di colate calcaree che luccicano brillanti, si distinguono le orme di un bambino susseguirsi vicine a quelle di un lupo. Ma è impossibile datarle con precisione, ricostruire i fatti. Il bambino e il lupo camminavano assieme? Il lupo inseguiva il bambino? O non si sono mai incontrati? Ci sono domande a cui, semplicemente, non si potrà mai dare risposta. Storie che non potranno essere raccontate.

Cinema, 32.000 anni fa

Naturamente sono soltanto due esempi.
Il film suggerisce anche domande più grandi (L’uomo, a quel tempo, che percezione aveva di sé? Perché dipingeva negli anfratti più bui, invece che nelle aperture illuminate? Venivano praticati riti religiosi, come una testa d’orso abbandonata su un grande masso sembra suggerire?), le cui risposte a volte si possono dedurre studiando il comportamento di popolazioni – come gli aborigeni d’Australia – che ancora oggi mantengono abitudini vecchie di millenni.
E allo stesso tempo fornisce risposte spicciole, immediate (i leoni delle caverne non avevano la criniera, a differenza di quanto si pensava; gli uomini di quel tempo già rappresentavano il movimento, o tentavano di farlo, come in una primordiale forma di cinema).

Ma la vertigine più grande Herzog la dà quando, partendo dalla grotta e dai disegni, riemerge alla luce, riuscendo a creare nello spettatore la percezione vivida di un mondo in cui…

Le Alpi erano coperte da ghiacciai alti 2500 metri, e per non congelare ci si vestiva di pelle d’alci.
Il mare era mille metri più basso, e si poteva camminare da Londra a Parigi senza mai trovare l’acqua.
L’uomo si spartiva le foreste con animali giganteschi e feroci, che considerava spiriti, incarnazioni della Natura. E – se sopravvissuto – li rappresentava sopraffatto e allucinato sulle pareti buie di caverne silenziose.


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