Flash dal Toronto Film Festival: 5 film da segnarsi, buoni pure per gli Oscar

Scrivo questo post a una quota approssimativa di 10000 metri. Sto rientrando in volo da Toronto, dove ho partecipato al Festival per il quale passano tradizionalmente tutti i film importanti dei sei mesi successivi, per lo meno tutti quelli già pronti. Non solo i film visti a Venezia (in Canada sono presenti più del triplo dei titoli), ma anche tanto cinema americano – indie e pop -, e una particolare predisposizione per i film di genere, che ha due sezioni dedicate – Midnight Madness e Vanguard –  per un totale di oltre 300 titoli.

Il Festival di Toronto è inoltre l’occasione per mettere a fuoco le opere destinate ad essere protagoniste durante la stagione dei premi, quei tre mesi di inverno che a inizio 2013 culminano con la primavera e l’assegnazione degli Oscar.  Nel mucchio dei titoli che ho visto, vi segnalo quelli di cui penso sentiremo parlare a lungo, soprattutto quando verranno annunciate le nomination dell’Academy (per i premi ufficiali, cliccate invece qui).

ARGO di Ben Affleck
1979: un agente della CIA deve far uscire dall’Iran alcuni diplomatici bloccati lì in clandestinità: se catturati rischiano la condanna a morte. Dal mazzo delle opzioni salta fuori quella più improbabile: fingiamo di voler girare un film di fantascienza a Tehran e che loro siano la crew venuta a fare un sopralluogo. Un terzo di dramma (il racconto dell’assalto all’ambasciata americana), un terzo di commedia (la satira di Hollywood), un terzo di thriller (la fuga all’ultimo respiro verso l’aeroporto). Funziona tutto come un orologio svizzero: regia classica, interpretazioni magistrali (John Goodman, Alan Arkin, Bryan Cranston), storia vera. C’è pure la morale: la fantasia e l’ingegno vincono sul fanatismo e la violenza. Ispirano gli uomini, quindi la Storia. Probabilità di Oscar molto buone.

THE SESSIONS da Ben Lewin
Dalla storia vera del giornalista Mark O’Brian, e in particolare da alcuni articoli scritti di suo pugno. Bloccato dal collo in giù, ma non insensibile; legato a un polmone d’acciaio dal quale non può uscire per più di qualche ora al giorno; a 38 anni ormai economicamente indipendente, scrittore, poeta, animato da un senso dell’umorismo instancabile. Vuole, allora, sperimentare il proprio corpo, fare sesso. Scopre che per questo ci sono persone apposta, e non parliamo di prostitute: terapeuti e terapeute che di mestiere aiutano quelli come Mark a “esplorare”… Tema interessante e nient’affatto scontato (fioccheranno le discussioni), due attori bravissimi (John Hawkes e Helen Hunt), e uno script da commedia che gira sempre al largo dal patetismo. Un po’ come Quasi amici, ma con molta più carne al fuoco, e una chiusa da melò. Anche qui, nomination assicurate.

A LATE QUARTET di Yaron Zilberman
Un quartetto d’archi con 25 anni di storia alle spalle. Un concerto celebrativo alle porte. L’inverno gelido, bellissimo, su Central Park. Poi, all’improvviso, la scoperta che il più anziano del gruppo (Christopher Walken) è destinato al Parkinson. La notizia destabilizza tutti. Soprattutto il secondo violino (Philip Seymour Hoffman) che prende la palla al balzo per dire che il suo ruolo non gli basta più. Poi ne succedono di ogni, beghe piccole e grandi, tradimenti, riconciliazioni, fughe e rientri. Mentre la neve cade costantemente su una New York immobile e il concerto si avvicina.
Nonostante il contesto sia il mondo della musica classica, il film è tutt’altro che algido, anzi, ha toni da soap che non piacciono ai critici. Ma qui il piacere è purissimo nell’assistere ai confronti, tutti quelli possibili, tra gli attori grandissimi (ci sono anche Mark Ivanir e Catherine Keener) di un quartetto d’eccezione. A Walken, dopo questo film, bisognerebbe dare l’Oscar in ginocchio.

HYDE PARK ON HUDSON di Richard Michell
Re Giorgio VI (Samuel West), il re che balbetta, quello – per capirsi – de Il discorso del Re, fa visita a Franklin Roosvelt (Bill Murray) nella sua tenuta di campagna, sulle rive dell’Hudson. Siamo nel 1939 e l’obiettivo è quello di convincere il presidente americano a entrare in guerra e sostenere gli Alleati in Europa. In realtà, tutto si svolge come una buffa riunione familiare, in cui il vero confronto è fra l’attitudine libertina di Roosvelt, e la goffaggine puritana dei reali inglesi. Memorabile la scena in cui George azzanna l'”osceno” hot-dog di fronte alla consorte inorridita e agli obiettivi dei fotografi americani. Attenzione: il film non è il solito dramma storico di caduta e riscatto, tronfio, pieno di eroismi e aforismi, ma una brillante commedia british, recitata tutta in punta di copione. Murray, naturalmente, è stupendo, e sarebbe un peccato se non avesse almeno una nomination. Ma sembra il film giusto.

END OF WATCH di David Ayer
Forse avevo torto io e aveva ragione il mio amico Fabio Guaglione: il genere POW (Point of View, Mockumentary, Found Footage, o come volete chiamarlo) non solo non ha iniziato una prematura decadenza, ma è in fase di piena maturità. Almeno così sembrerebbe a vedere l’horror eco-vengeance di Barry Levinson (Barry Levinson!) The Bay, e soprattutto questo incredibile poliziesco girato per quasi un terzo in soggettiva (una volta tanto si può parlare di influenza dei videogames pienamente a proposito, vedere per credere), che racconta la vita di strada di una coppia di sbirri (Jake Gyllenhaal e Michael Pena) che opera nei sobborghi di Los Angeles e si mette contro un cartello della droga con pesanti conseguenze. L’ispirazione è il reality televisivo Cops, ma David Ayer è uno che il genere lo conosce a memoria fin dai tempi dello script di Training Day, senza contare che la lezione sul buon uso del digitale di Micheal Mann (Collateral) è stata assimilata e messa a frutto. Se vi piacciono i thriller di strada, questo è una bomba. Oscar difficile, ma almeno qualche nomination gli calzerebbe a pennello.


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