Promozioni e bocciature (sotto la pioggia). Primo bilancio per Venezia 69

Qui al Festival di Venezia i selezionatori sono particolarmente interessati all’accoglienza dei film di Orizzonti. Orizzonti è la sezione più sperimentale del Festival, quella in cui davvero c’è la possibilità di scegliere i film in assoluta libertà, e dunque il carattere di una rassegna emerge. Il concorso, invece, è in gran parte diviso tra nomi irrinunciabili, indipendentemente dalla qualità dei titoli (Malick, Anderson, De Palma, Kitano, Assayas, Giannoli, Seidl, ecc) e giochi politici (l’equilibrio tra film RAI, Medusa e Fandango). Il paradosso è che la vetrina di una Mostra, quella dove si assegnano i premi e che riempie i tappeti rossi, resta la selezione principale (concorso e fuori concorso), e l’attenzione e i giudizi di tutti sono puntati lì.

Com’è dunque la selezione di quest’anno? Mah. Dopo sette giorni, non si è ancora visto nulla che faccia gridare al capolavoro. Un grande film, un film veramente importante, c’è stato: The Master di Paul Thomas Anderson lo è senz’altro per forma, intenzioni e prove d’attore, ma l’opera è sembrata a molti incompiuta, con un finale incapace di compiere e quadrare la storia. Anderson racconta un momento storico e culturale, il secondo dopoguerra, in cui la società occidentale è un edificio in costruzione, la gente è affamata e ingenua, e dunque ogni cosa è ammissibile, facilmente smerciabile, anche la costruzione di una setta filosofico-religiosa basata sulla fantasia di un uomo che procede improvvisando (la battuta chiave del film la pronuncia il figlio di Lancaster Dodd: “Ma non ti accorgi che mio padre si inventa le cose mano a mano?”). Il paradosso, dice Anderson, è che quel che è stato inventato per entusiasmo, incoscienza o furbizia in quegli anni, influenza in modo decisivo la cultura di oggi, preda di deliri venduti da ogni genere di imbonitore, e creduti da ogni genere di ceto sociale.

Malick invece affonda nelle sabbie del suo misticismo e bucherella il muro del ridicolo, nonostante le molte bellissime immagini: dopo The Tree of Life, To the Wonder ha poco senso.
Seidl
fa la stessa brutta figura, trasformando il proprio materialismo in una superficialità cattiva, sciatta.
Kitano
scrive una storia con una trama che sta su uno scontrino (due famiglie mafiose lottano per il potere, poi un gangster esce di prigione e fa fuori tutti), ma prima di far partire l’azione riempie un’ora e venti (un’ora e venti!!) facendo parlare del nulla – in ogni combinazione immaginabile – trenta personaggi, e ci manda al manicomio.
Assayas
schiva la politica e racconta il ’68 come il ritratto sentimentale di una generazione di figli di papà che passano le giornate a chiacchierare dei massimi sistemi, fumare spinelli, dipingere ad acquerello e prendere il sole nudi; tutto con toni edulcoratissimi, da prima serata TV: amabile per gli intellettuali over 50 con le tasche piene e la casa di proprietà, irritante per chi è figlio di quella generazione e oggi reclama un futuro.
La commedia della Bier con Brosnam, girata a Sorrento, è proprio una cosina minuscola, una Mamma Mia! senza la musica degli Abba, ma in sala andrà bene.
Il documentario su Michael Jackson di Spike Lee, montaggio di interviste e spezzoni d’archivio, sembra materiale per i contenuti speciali di un DVD.
E Il fondamentalista riluttante della Nair, metà thriller e metà romanzo di formazione, non è brutto ma non era neppure adatto all’apertura di un Festival.

Insomma, non sembra finora un’edizione fortunata. Poche star (fotografi disperati, red carpet invasi da sconosciuti), pochissimo cinema di genere e maestri in forma appannata. Sono ancora nel cilindro Bellocchio, Redford, De Palma e Korine – senza contare che Ciprì e Kim-ki Duk hanno colpito il bersaglio – ma finora non c’è molto per cui festeggiare.

Per lo meno, va detto, gli spazi del Festival sono diventati più accoglienti – grazie alla riqualificazione del grande piazzale davanti al casino (bar e salottini coperti), alla moltiplicazione dei punti di ristoro nel movie village e all’uso della sala conferenza per le visioni serali dei documentari – e l’organizzazione oraria delle proiezioni più razionale, rispettosa di chi deve seguire sia i film che le conferenze stampa: se uno vuole, può vedere quasi tutto quel che c’è. Perfino il casellario funziona meglio.
Ma sul Lido piove, l’umidità non dà tregua, e viene voglia di andare a letto presto.


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