Momenti di gloria: pance da birrai, nervi d’acciaio e il fioretto più veloce del west

Quando Michele Frangilli, il cappello da pescatore ben calcato in testa, si ritrova per le mani l’ultima freccia delle Olimpiadi, con gli americani avanti di 9 e i due compagni di squadra che lo guardano impietriti, non sembra per niente la principessa Merida: sfoggia un pizzetto brizzolato, una pancia da birraio, e soprattutto – al posto della fluente capigliatura rossa della protagonista dell’ultimo cartoon Pixar – una testa perfettamente calva. Una cosa di Merida, però, Frangilli ce l’ha: i nervi d’acciaio.
Può fare solo 10, il tiro perfetto, l’ultimo. E 10, fa.

Mi piace lo sport perché mi piacciono le storie. E’ la stessa ragione per cui amo il cinema. Mi piacciono le storie, e lo sport, come il cinema, racconta le migliori. Non devo essere l’unico a pensare che le due cose si sposino bene: durante la cerimonia di inaugurazione dei Giochi Olimpici – diretta da Danny Boylec’è stato spazio per Bond, Mr.Bean e Kenneth Branagh che recita Shakespeare.

La storia dei nostri arceri, per esempio, è bellissima: si qualificano per le finali soltanto con il sesto punteggio, mentre i coreani – maestri della specialità (coreani sono anche i coach di Italia e Stati Uniti) – nel turno eliminatorio battono record del mondo di squadra e individuale. Quest’ultimo lo realizza Im Dong Hyun, ipovedente, quasi cieco da un occhio.

Tuttavia nel pomeriggio i coreani vengono fatti fuori in semifinale dai tre ragazzi americani: giovani, robusti e pieni di lentiggini. E infine i tre ragazzi americani vengono fatti fuori dai tre ragazzi italiani: grassi, calvi e attempati, molto più simili a Gimli che a Legolas. Per tutto il pomeriggio i nostri tirano così così. In nessun match superano i 220 punti (su 240: il record del mondo è 233). Rischiano perfino di uscire contro tre messicani usciti dal nulla, che sembrano reduci dalla siesta. Eppure passano. E passano. E passano. Contro cinesi, messicani e americani, al momento decisivo non sbagliano mai.
Vincere l’oro nel Tiro con l’arco nell’anno di Hunger Games, Brave, Revolution e Lo Hobbit, è la cosa più cinegenica che mi viene in mente.

Nella prima giornata dei giochi olimpici di Londra ci sono state almeno altre due storie che meritano di essere raccontate. La prima è quella di Luca Tesconi, un trentenne toscano che in campo internazionale non aveva mai fatto meglio del decimo posto. E’ arrivato secondo.

La seconda, la potete immaginare. Quando ieri avevano chiesto a Rogge, presidente del comitato olimpico internazionale, quali fossero le gare assolutamente da non perdere di questa Olimpiade, lui aveva citato i 100 metri piani, la finale del tennis, le regate del velista Ben Ainslie e il fioretto femminile. Quest’ultimo per una semplice ragione: nessuna donna aveva mai vinto l’oro individuale in nessuna specialità per quattro Olimpiadi consecutive e Valentina Vezzali era a tre. Purtroppo non ce l’ha fatta. Se però nella sconfittà esiste una forma speciale di bellezza, questa in particolare le batte tutte.

Valentina ha trovato sulla sua strada una ragazza italiana di 24 anni – 14 meno di lei – alla prima Olimpiade, che affronta ogni assalto come una battaglia in campo aperto, correndo incontro ai fioretti avversari come fossero baionette: si chiama Arianna Errigo. La Errigo ha distrutto tutte le avversarie sempre molto prima del limite di tempo, e non ha fatto sconti nemmeno alla celebrata connazionale. Poi, in finale, ha perso con un’altra italiana, Elisa Di Francisca, n.1 del ranking mondiale: gambe lunghissime, furbizia da prima della classe ed ennesimo talento che testimonia l’impressionante superiorità della scuola tricolore. Il suo urlo alle telecamere (nella foto), dopo l’ultimo colpo, non aveva gioia: è stato primordiale, ferino, terrificante.

La Vezzali, invece, fallito il record atteso da tutti, si è ritrovata con una finale per il bronzo che non era nei suoi piani, per giunta contro la numero del tre del ranking, la coreana Nam. Ha tirato senza forza, con gli occhi spenti. Dopo 15 minuti, a 12 secondi dalla fine, era sotto di 4 stoccate, 12-8.
Ora, io non sono un esperto di scherma, ma a quanto ricordavo dalle passate Olimpiadi e a quanto confermato dai tecnici in TV, 4 stoccate in 12 secondi non si recuperano. Non è proprio in discussione. E’ come perdere 4-0 a dieci minuti dalla fine di una partita di calcio.

E’ stato a questo punto che la Vezzali ha deciso che da Londra a mani vuote, record o non record, non se ne voleva andare. Si è ricordata di quello che aveva imparato in vent’anni di carriera, durante 4 Olimpiadi e una ventina di Coppe del Mondo (12 vinte), e l’ha deciso.
11 secondi dopo erano pari.
Un minuto dopo, il supplementare, aveva vinto.

Qualche tempo fa Luca Maragno rifletteva su come lo sport italiano, in particolare il motociclismo, offra storie meravigliose, storie di cui andare orgogliosi, motivo di ispirazione e coraggio, storie che potrebbero essere tradotte in film bellissimi. E’ passato solo un giorno di Olimpiade, ma queste due non mi sembrano niente male.


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