Tarsem: un regista, un perché

Tarsem è un mistero senza fine. Insiste a mischiare un gusto tutto bollywoodiano per il kitch (costumi e scenografie), con la passione per il trash digitale degli americani. Il risultato è un ibrido tra il cinema di Micheal Bay e un musical indiano. Un ibrido che per giunta non funziona al botteghino: Immortals è andato male, The Fall è stato un bagno di sangue e ora Biancaneve si sta rivelando l’ennesimo disastro (non fatevi ingannare dagli incassi italiani, che sono discreti). Il film – come spesso gli capita – non è brutto: è imprudente, scentrato. La fiaba letteraria è tradotta sullo schermo in un prototipo di semi-genere, a metà tra la farsa e il fantasy, mentre la storia è una versione di Robin Hood con i nani al posto della volpe disneyana e cose incredibilmente fuori luogo come il principe che fa il cagnolino. Non si può nemmeno definire malriuscito: l’unica domanda è, perché?


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