DIAZ: quel che resta del sangue

Per una recensione più tradizionale (e lontana dalla mia posizione) vi rimando al commento di Marita Toniolo. E tuttavia – a quasi una settimana di distanza dalla visione – voglio dire anche la mia su Diaz di Daniele Vicari. I giorni sono serviti ad acquisire una certa distanza critica dalla materia che, in un caso come questo, è una conquista non facile. Premetto – a scanso di equivoci – che siamo di fronte ad un angolo di storia italiana talmente indecente che chiunque non sappia bene di cosa stiamo parlando dovrebbe correre al cinema.

Il film mi ha disturbato – come mi aspettavo –, ma non mi ha convinto. L’ormai proverbiale “macelleria messicana” di cui si rese protagonista la polizia italiana (e, per estensione, lo Stato che gli stava a monte) in quella disgraziata notte genovese del luglio 2001, viene mostrata con brutalità documentaria e una narrazione energica, ma la sensazione – alla fine del film – è che tra le mani, e nella testa, resti poco. Più che elaborare i fatti, si finisce feriti e respinti. Diaz non offre una catarsi, non sviluppa un discorso politico organico e non è nemmeno un saggio di storia: assomiglia invece troppo a ciò che racconta, a una rissa per attori e spettatori. Non c’è distanza artistica, non c’è distanza intellettuale, non c’è molto altro a parte la polvere e il sangue, a parte la denuncia nuda e cruda. Manca completamente una scintilla di bellezza, che possa gettare luce (e quindi consapevolezza) sull’orrore: il massimo che gli si avvicina è il gesto di pudore della ragazza tedesca che copre il bel viso massacrato di fronte agli occhi della mamma, proprio nell’epilogo.  La testimonianza è importante (ma non è la prima e forse non è nemmeno la più efficace: se vi capita, rintracciate ad esempio la graphic novel di Christian Mirra Quella notte alla Diaz), ma l’opera può dirsi riuscita?


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