Daniel Radcliffe non ha paura (noi nemmeno)

Sono reduce dalla ghost story The Woman in Black. Al di là dei giudizi di merito (concordo in linea di massima con il parere di Luca Maragno), sono rimasto particolarmente infastidito da un dettaglio: il protagonista non si spaventa mai. Questo tipo di indifferenza al soprannaturale (posto che non sia solo l’esito della catatonia di Radcliffe) mi sembra controproducente: se non si spaventano i personaggi perché mi dovrei spaventare io?

Nel film si toccano vette considerevoli. Il protagonista passa una notte intera in una vecchia villa, buia e fatiscente, armato solo di una lampada a olio. Durante la notte viene visitato dal fantasma di una donna che non fa altro che svolazzargli incontro urlando, e dal figlio morto di lei, che se ne va in giro coperto di fango. Ma non batte ciglio.

La questione mi è venuta in mente vedendo a breve distanza un altro film horror, Paranormal Activity 3, che invece riesce bene nell’intento di inquietare. Trattandosi di un found footage, ovvero un film che pone come premessa quella di essere stato costruito montando filmati di repertorio (in questo caso video domestici), il realismo non solo è condizione necessaria del racconto cinematografico: ne è l’essenza, la ragione d’essere.

Le reazioni dei protagonisti sono comprensibili, e contribuiscono fortemente all’immedesimazione. In contesti come questi – da The Blair Witch Project in poi – la capacità del regista di includere o escludere dall’inquadratura un dettaglio, insieme alla misura delle reazioni dei personaggi, sono elementi decisivi.

Considerato che il cinema di paura – anche non finto-documentario – ha scelto (per ragioni di budget e di opportunità fornite dal digitale) di crescere in questa direzione, il neo-classicismo gotico della rinata Hammer mi sembra più eccentrico che interessante.

Ma anche trascurando il fenomeno found footage e ragionando sulle origini dell’orrore, la scelta di eliminare le distanze emotive tra soggetto e oggetto della paura è perdente: l’orrore è una questione di confini che non vanno violati, di prossimità pericolose. Oltre quei confini c’è il non vedibile, non pensabile, non accettabile: l’aldilà fisico e morale. Il perturbante. In The Woman in Black, invece, ci sono solo bambole e ragnatele.


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