Cinema d’autore? In sala ne esce anche troppo

Qualche giorno fa leggevo la rubrica di un rinomato collega su un mensile di settore: lamentava la latitanza del cinema d’autore nelle sale italiane, prendendosela in particolare con le strategie miopi delle nostre distribuzioni. Mi sembra la classica sparata livorosa e qualunquista.

Per come la vedo io, in Italia di cinema d’autore ne esce anche troppo, sicuramente più di quello che il mercato riesce ad assorbire. Nella settimana in cui scrivo sono in arrivo: La sorgente dell’amore, La-Bas, Young Adult, A simple Life, L’arrivo di Wang.
Nelle successive: Magnifica presenza, 17 ragazze, The Lady, I colori della passione, The Best Exotic Marigold Hotel, Romanzo di una strage.

Non sono così vecchio da ricordare la situazione negli anni ’60 e ’70, ma quando a metà degli anni ’80 ho iniziato ad andare al cinema, le multisale erano ancora ben lungi dal colonizzare le periferie urbane, e i centri cittadini erano stracolmi di cinema. Ecco, mi pare che tagliando sui luoghi comuni, oggi la scelta sia molto maggiore di un tempo. Il mio osservatorio – abito a Milano – è privilegiato, ma quando torno a Padova – la mia città natale – la sensazione non cambia. Certo: Altino, Supercinema, Quirinetta e Mignon sono scomparsi, ma in compenso sono nati la trisala MPX, la trisala Astra, e il multiplex urbano (con programmazione d’essai) Porto Astra. Insieme forniscono molta più scelta e varietà di quanta ne garantissero tutte assieme le vecchie strutture. Senza contare che i cinema parrocchiali continuano a sopravvivere ovunque, permettendo di recuperare buoni film con qualche settimana di ritardo.
Ci sono di certo isole più sfortunate di quelle che ho citato, ma anche questa non è una novità.

La differenza vera, è che adesso ci sono molte più sale in cui vedere cinema pop – bello o brutto che sia –, con un effetto moltiplicativo su pochi titoli che può irritare. E qui torniamo al discorso di partenza e alla presunta miopia di chi non distribuisce sul nostro mercato titoli come L’Apollonide di Bertrand Bonello, Un été brulant di Philippe Garrell, Hors Satan di Bruno Dumont o Meek’s Cutoff di Kelly Richardt. Titoli catalogati come “film da critici”, ma che forse sarebbe opportuno ripensare come “film da festival”. Titoli catalogati come “originali e anticonformisti”, e che invece sarebbe opportuno ripensare come “autoreferenziali”, coerenti solo all’interno di un mondo para-accademico che ipervaluta l’esegesi delle opere d’arte (confondendola con le opere stessa: confrontare i tomi dei prof con le dichiarazioni dei registi presi in esame è spesso istruttivo), e si dimentica del pubblico e delle sue ovvie, sacrosante esigenze.

Personalmente i film sopra citati, tra un festival e l’altro, li ho visti. In parte li ho apprezzati (Meek’s Cutoff è un western metafisico e iper-minimalista che a tratti è molto suggestivo), in parte li ho detestati (L’Apollonide, Un été brulant e Hors Satan sono delle pretenziose, noiosissime stupidaggini), ma in tutti i casi non solo non mi meraviglio, ma nemmeno rimpiango che questi film non arrivino in sala. Perché la loro dimensione, e il loro pubblico, è precisamente quello dei festival, ovvero quello dei cinefili incalliti che sono disposti a prendersi una settimana di ferie e un appartamento in condivisione a un prezzo da usurai, per mettere gli occhi su cose che altrove non vedrebbero. O che hanno una tale necessità di farlo, da aver deciso addirittura di trasformare la loro ricerca in mestiere (quello del critico).

Infine. Quando parlo di cinema con persone che non condividono il mio mestiere, e quindi il mio mondo (Festival, anteprime, conferenze stampa, presentazioni e relative fiere d’ipocrisia coatta) – e parlo comunque di persone culturalmente curiose – mi rendo immediatamente conto di quanto demenziale potrebbe sembrare loro (che hanno sentito parlare di un decimo dei film che escono in sala, e ne hanno visti un ventesimo), una polemica come questa. Frequentare troppo certi ambienti, senza mai mettere la testa fuori, fa malissimo.


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