Alcatraz, Touch e The River: l’impossibile eredità di LOST

Si sono ormai visti gli episodi pilota di quasi tutti i nuovi serial TV mistery e sci-fi della mid-season americana: Alcatraz, The River e Touch. Manca soltanto Awake.
Giudicare dai primi episodi è sempre un rischio, ma una certa linea di tendenza – considerando anche il recente Person of Interest, o il precedente Flashforward – mi sembra segnata. Come mi faceva notare un amico qualche giorno fa, dopo Lost abbiamo perso la capacità di stupirci: l’abbiamo spremuta tutta in quelle sei stagioni e non ce n’è rimasta altra.

La rincorsa alla trovata a effetto, la ricerca del plot enigmistico che sappia ancora giocare con le nostre aspettative, è l’equivalente di un eco. Le strutture si ripetono, i personaggi sono l’esito di un processo automatico di scrittura e casting: la singolarità che crea distanza e valore è annientata. Non è solo un problema di industria, è un problema di tempi, di cicli.

Il concept di Alcatraz, ad esempio, è pieno di buoni spunti: ci sono i viaggi nel tempo, uno scenario potente, sottotrame thriller e pure dei personaggi azzeccati (il direttore della prigione soprattutto). E tuttavia, alla fine di ogni episodio, il meglio che ci si può aspettare è l’evocazione di un ricordo, una nostalgia lontana: come quando nelle cantine della prigione si scopre l’esistenza di un cancello misterioso che si apre sul buio. È abbastanza? A guardare l’Auditel americano no: gli ascolti sono già in calo.

The River segna invece un fenomeno diverso e forse più interessante: il trasferimento di una moda finora prettamente cinematografica al piccolo schermo (il found footage). Il tentativo non va sbertucciato, ma di nuovo non ne vedo il futuro. Il mockumentary è un genere che soffre le sistematizzazioni: le subisce, perde di senso e coerenza. Addirittura serializzarlo, crea un contesto straniante, ipnotico e un po’ buffo. La TV che insegue i percorsi del cinema (così come l’inverso) non mi sembra una buona idea.

I serial televisivi hanno una loro specificità, e un prodotto di successo si ottiene su una, tra due strade: creando personaggi irresistibili in contesti tradizionali (Dr.House, Grey’s Anatomy, Homeland, Dexter, Breaking Bad, New Girl), o creando nuovi contesti “linguistici”, autonomi sia rispetto al passato televisivo che al contemporaneo cinematografico (Lost, appunto, ma anche American Horror Story o Glee, entrambi di Ryan Murphy), capaci di intercettare bisogni inesplorati. Entrambe le strade richiedono talento, ma la seconda molto di più.


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