“Un film alla Tarantino”

Voi lo sapete, e se non lo sapete ve lo dico io: se in un film c’è violenza ma si ride, per i giornali quello è un “film alla Tarantino”. L’etichetta – la più abusata in assoluto – viene appiccicata a destra e a manca, di solito a sproposito, ma anche in buona fede. Ovvero: Tarantino quel “film alla Tarantino” non l’avrebbe mai girato – e se lo avesse fatto, non l’avrebbe fatto a quel modo – ma così dicendo il lettore si immagina che nel film c’è violenza ma si ride. Quindi il vettore di comunicazione, pur basato su un equivoco, funziona.

Dico tutto questo perché nella mia recente trasferta al Festival di Toronto (qui potete leggere tutto il reportage, se stamattina avete moltissimo tempo libero), ho visto Violet & Daisy, un film alla Tarantino. Senza virgolette. Ovvero: proprio una cosa che avrebbe potuto girare Tarantino qualche anno fa se si fosse fermato alla fase Four Rooms. Quando me ne sono reso conto, mi è sembrata un’occasione da non perdere. Potevo scrivere: “Violet & Daisy è un film alla Tarantino” senza sentirmi in colpa.

Quindi, eccoci: Violet & Daisy è un film alla Tarantino.

Ora, in Violet & Daisy c’è violenza ma si ride, il che potrebbe far pensare a qualcuno di voi meno attento (non tu e tu e tu, ma tu forse sì) che siamo al punto di partenza. Invece no. Per il meno attento ora faccio un esempio.

ESEMPIO: la prima sequenza di Violet & Daisy
Violet e Daisy hanno sedici anni, le lentiggini, gli occhi grandi. Sono vestite da suore e stanno portando due pizze da qualche parte. Mentre camminano, Violet racconta a Daisy questa barzelletta: “Un tizio, al pub, dice a due amici: ‘Ho un grosso problema, non riesco proprio a trattenermi: nell’ultimo mese ho fatto sesso con 5 pazienti’. E il primo amico: ‘Beh, non dovresti prendertela così: sei giovane, sei un bell’uomo, sei single. Se a loro sta bene e non combini casini con il lavoro, dove sarebbe il problema?’. E il secondo: ‘Il problema è che lui è un veterinario!’”.

A questo punto Violet e Daisy suonano un campanello, la porta si apre, nei cartoni della pizza c’è una pistola, loro sparano a ripetizione, dei sudamericani grassi muoiono, altri sudamericani grassi sopravvivono, loro continuano a sparare, quando finiscono i proiettili gli danno il colpo di grazia con un estintore. Poi riprendono a discutere della barzelletta, perché Daisy non l’ha capita.

Il film va avanti così per un po’. Violet e Daisy hanno un capo – che poi è Danny Trejo – che se ne sta a Central Park su una panchina e gli dice chi devono ammazzare. Loro si vestono da majorette, salgono su un tandem con i nastrini colorati, e vanno ad ammazzare il tizio – che poi è James Gandolfini. Solo che James Gandolfini invece di scappare offre loro dei biscotti. A questo punto il film cambia registro e diventa un po’ meno alla Tarantino e un po’ più cinema-indipendente-americano-da-Sundance (altra etichetta abusatissima), ma vabè.

Quindi, quando c’è violenza ma si ride in un modo tipo l’esempio che ho fatto, effettivamente mi sembra sensato parlare di film alla Tarantino. L’influenza del suo film più influente, Pulp Fiction, è evidente nella contaminazione tra immaginario pop (le barzellette, le consegne a domicilio), rimandi al cinema bis anni ’70 e ’80 (le suore armate), violenza grafica (le pistole che esplodono colpi dal cartone di una pizza). Qui, anzi, si vuole addirittura strafare: le suore armate sono pure adolescenti e travestite, una sorta di “tarantinata al quadrato” (mentre lo scrivo ho un conato di vomito).

Film come Violet & Daisy, per un giornalista dal vocabolario ristretto, sono una vera manna: è un “film alla Tarantino”, c’è “quella di Hanna ed Espiazione”, e poi ci sono Tony Soprano e Machete.

Se mai uscirà in sala da noi, le recensioni saranno tutte uguali.


2 Risposte per "“Un film alla Tarantino”"

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