Critici, matti e politici

Non ho mai capito bene cosa pensa lo spettatore medio dei critici cinematografici, ma non credo ne pensi granché. Il lettore tipo della critica cinematografica è il critico cinematografico, il che ne fa il lavoro più autoreferenziale al mondo. Per come la vedo io, l’unica critica buona è quella che fornisce informazioni, chiavi di lettura e ragnatele di riferimenti adeguatamente “premasticati”, senza tirarla troppo per le lunghe. Al massimo consigli camerateschi, per alleggerire un po’. Ovvero strumenti per rendere una visione più semplice e al contempo più ricca. Le opinioni nude e crude, invece, non servono a niente, nemmeno se chi le esprime ha passato la vita a vedere film e leggere libri (e leggere libri sul vedere film e vedere film sul leggere libri). Per non parlare dei castelli interpretativi con cui i critici erigono monumenti a se stessi e alla propria capacità di estensione di un concetto (esprimerlo con il maggior numero di parole possibili). Lo spunto mi è venuto in queste ultime settimane osservando la pervicacia con cui tutta la critica italiana presente a Cannes (proprio tutta, e parliamo di un formicaio) si è riempita la bocca di elogi per il film Le Havre di Aki Kaurismaki, uscito dal Festival senza nemmeno un premio. Dopo dieci giorni di complimenti sperticati, la critica (che da questo momento in poi chiameremo per semplicità Paolo) ha dovuto arrendersi al giudizio della Giuria, che a Le Havre non ha dato nemmeno un ghiacciolo all’anice. Paolo naturalmente non ci è rimasto bene: ma come, ha pensato, dopo una settimana che vado dicendo che il film si mangia tutti gli altri, che non c’è proprio gara, quella cricca di registi e attori (registi come Johnnie To e Olivier Assayas, e attori come Robert De Niro, gente che Paolo ha incensato per anni) fa finta di niente e (mi) ignora il film? Risultato: dalla fine del festival ad oggi è impossibile o quasi leggere un resoconto su Cannes (io che sono un critico naturalmente li leggo tutti) senza sorbirsi almeno un paio di righe che, con piccolissime variazioni, recitano “il film di Aki Kaurismaki, che era il migliore del Festival, è stato colpevolmente ignorato dalla Giuria”. Secondo la convinzione – tipica dei matti e dei politici (altre categorie altamente autoreferenziate) – che se ripeti una cosa abbastanza spesso e a voce abbastanza alta, diventerà vera. Nessuno, invece (nessuno, ripeto), ha dato l’impressione di voler mettere in discussione la propria opinione iniziale sulla base delle premiazioni. O almeno di farsi qualche domanda. Figurarsi: Paolo ha solo le sue opinioni. Se perdono di valore quelle, resta giusto il cattivo odore.


3 Risposte per "Critici, matti e politici"

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