La tragedia del Giappone non è un film

Quello che segue è l’editoriale di Aprile di Best Movie e Best Movie International. Sono alcune riflessioni che mi sono state stimolate dalla cascata di immagini e testimonianze che ci hanno investito nei giorni immediatamente seguenti lo tsunami in Giappone. Un’overdose tale da rischiare di far perdere senso alle immagini stesse. Se vi va, fatemi sapere che ne pensate.

I terribili eventi che stanno sconvolgendo il Giappone in questi giorni suggeriscono alcune riflessioni sul modo in cui la circolazione globale delle immagini modifica il nostro rapporto con la realtà. Il disastro ha colpito infatti non soltanto uno dei paesi più automatizzati e tecnologicamente avanzati del pianeta, ma anche uno di quelli in cui l’abitudine alla ripresa in diretta della realtà è più sviluppata.

Non crediamo di essere i soli che sono rimasti impressionati dal vedere che nelle zone maggiormente colpite dal sisma, moltissimi (a volte tutti) tra coloro che si trovavano al sicuro, hanno ripreso con videocamere e telefonini lo tsunami, ovvero il proprio mondo che si disfaceva. Questo significa che oggi l’osservazione della realtà, anche mentre la tragedia più terribile è in corso, passa per la sua riproduzione e condivisione (si pensi anche al moltiplicarsi inarrestabile dei tweet in rete, provenienti dalla zona calda). Il testimone è al contempo regista di ciò che vede. Da un punto di vista “cinematografico” questo ha due conseguenze: la prima è che l’idea di essere tutti parte (attori e spettatori) di un documentario globale – come suggerito dal film-esperimento Life in a Day – ormai è molto più di una semplice provocazione. La seconda è che la realtà, ripresa in ogni istante e senza filtri, ha annientato le potenzialità “spettacolari” e suggestive della fiction, rischiando di stravolgere il significato di entrambe.

Niente può competere con la capacità di sorprenderci, sgomentarci, spaventarci e commuoverci di un dramma nazionale come quello del Giappone, ripropostoci ininterrottamente e da centinaia di punti di vista (dal balcone di una casa, ai satelliti della NASA) dalle TV, secondo un gigantesco montaggio collettivo che sembra partorito dalla fantasia sfrenata di un filmmaker. Anzi: di fronte alle onde nere che accartocciano transatlantici e aerei di linea, che sollevano le automobili sopra i tetti delle case e spingono gli aeroplani dentro i terminal aeroportuali, le esplosioni digitali dell’ultimo film di Micheal Bay o Roland Emmerich sembrano imitazioni grottesche e fuori luogo, incapaci anche di farci alzare un sopracciglio. Il mondo sventrato dal terremoto e livellato dall’acqua è silenzioso: non c’è sangue, e le vittime restano fuori campo.

Così come non esiste dramma letterario che possa eguagliare la commozione suscitata dal contegno con cui il popolo giapponese sta affrontando il dolore, incarnato dalle immagini del bambino che alza le braccia per l’esame di radioattività o da quelle dei molti anziani che passeggiano tra le macerie appoggiati a un bastone. E che sceneggiatore avrebbe saputo scrivere l’avventura del sessantenne rimasto per due giorni alla deriva nell’oceano ingombro di macerie, usando come zattera il tetto della sua casa?

In tutto questo coesistono un’opportunità e un rischio. Se infatti le immagini condivise accorciano le distanze e amplificano la solidarietà, dall’altra si finisce per confondere realtà e finzione, finendo anestetizzati. Un litorale che scompare sotto un’onda, ripreso da un elicottero, non sembra neppure vero. Gli appezzamenti di campi coltivati che alternano i colori tra perimetri quadrati, prima di essere sommersi dal fronte dei detriti, sono una visione che il cervello fatica a elaborare. Eppure è successo, anzi, sta succedendo. E purtroppo non è un film.


3 Risposte per "La tragedia del Giappone non è un film"

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