Dylan Dog contro Frozen: l’eterna battaglia tra brand e idee

Tra il cinema e le idee c’è un rapporto non simmetrico.
In alcuni casi, i più fortunati, un film esiste (e funziona) perché esiste (e funziona) l’idea che l’ha originato. E di quell’idea il film vive, al di là della forma, al di là degli attori, al di là del marketing, al di là del budget. Alcuni casi eclatanti.

1)    I soliti sospetti. L’idea (formale) è che è lecito costruire un film mentendo allo spettatore, ovvero per immagini inattendibili all’interno della finzione stessa.
2)    The Cube. L’idea (filosofica) è che la forma del mondo coincide con il suo contenuto e con la sua ragione d’esistere, ergo qualsiasi fuga è impossibile (e irragionevole).
3)    Memento. L’idea (narrativa) è che raccontando gli eventi dalla fine all’inizio la suspance è costante e ininterrotta: mancando le premesse mancano gli appigli, e si è sempre in una condizione di disequilibrio.

In tutti i casi non c’è separazione (o interessa a separare) forma e contenuto: la dipendenza è assoluta.
Agli antipodi rispetto a questa idea di cinema, c’è quella secondo cui per fare un film è sufficiente un brand molto conosciuto (un marchio, una sigla, un nome). Alcuni casi eclatanti.

1)    Transformers. Il brand è il nome di una linea di giocattoli molto amati e diffusi. Le storie sono assolutamente trascurabili (e infatti neppure i fan più accaniti saprebbero raccontarvi il plot delle prime due puntate)
2)    The Tourist. Doppia brandizzazione: il nome di due attori molto glamour (Johnny Depp e Angelina Jolie), il nome della città più romantica del mondo (Venezia). Lo svolgimento del racconto, invece, è addirittura ridicolo
3)    Cloverfield. Il brand è il nome del produttore JJ Abrams, sulla base del credito acquisito con il gigantesco successo di Lost. La macchina del marketing si attiva con più di un anno di anticipo e trasforma in evento un film su mostro che semina il terrore in una metropoli (praticamente è Godzilla).

Il primo tipo di cinema, da sempre, ha il respiro lungo. Stenta all’uscita nelle sale, ma spesso si guadagna negli anni lo status di cult. Sono film che si rivedono con curiosità molte volte, per puro piacere speculativo.
Il secondo tipo, al contrario, sbanca o fallisce miseramente al botteghino, senza mezze misure. Poi – dopo un colpo di coda all’uscita in home video – scompare.

Perché vi dico tutto questo? Perché tra oggi e la prossima settimana escono in sala due film che ben rappresentano le categorie citate. Nella prima rientra Frozen (di cui trovate qui la mia recensione). Nella seconda Dylan Dog (qui la recensione di Luca Maragno), che ne costituisce un caso particolarmente esemplare. Perché al brand (in questo caso un fumetto particolarmente amato in Italia) è associato uno svolgimento che tradisce il personaggio originale, una forma cinematografica vecchia di quindici anni e l’ennesima variazione sullo scontro tra vampiri e licantropi. Quindi se il film funziona, nella misura in cui funziona, è solo per la potenza del brand.


4 Risposte per "Dylan Dog contro Frozen: l’eterna battaglia tra brand e idee"

  • peacesold13r :

    Mi permetto di aggiungere alla prima categoria anche “Donnie Darko” e “L’uomo senza sonno”, tanto per citarne altri due.
    Non capisco però come si possano anche solo accostare film di tale calibro a “Frozen”, se non per far risaltare lo stupro di un mito come Dylan Dog.

  • giorgio-viaro :

    Guarda, è solo un accostamento provocatorio tra due tipi di film che nascono da idee produttive diametralmente opposte. FROZEN è un ottimo thriller a basso costo che parte da uno spunto intelligente e originale, mentre DYLAN DOG è un mediocre horror a basso costo che parte da un brand

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