Oscar 2011: la fiera del conformismo

L’Academy Award è talmente prevedibile che, se la cosa non vi irrita, diventa addirittura confortante.
Piccolo quiz. Tra queste tre storie, secondo voi quale ha più possibilità di vincere la statuetta?
1)    Una ballerina in crisi di identità, deve affrontare i fantasmi della sua sessualità e una madre maniaca del controllo
2)     Un nerd egocentrico e narcisista, cambia il mondo con un programma che nasce come un sistema per abbordare le ragazze
3)    Un sovrano balbuziente impara a convivere con i suoi limiti e a guidare la nazione aiutato da un logopedista che ama Shakespeare

Di fronte a questa assoluta mancanza di fantasia e ardimento, passano persino in secondo piano le valutazioni artistiche, perché evidentemente non sono quelle che determinano le scelte. Alcuni premi sono una vera e propria cartina di tornasole. Prendiamo l’Oscar per la miglior regia assegnato a Tom Hooper. Hooper è un regista accorto, dal carattere estremamente britannico: i suoi film sono diretti in modo semplice ed elegante, con l’obiettivo di valorizzare al massimo le performance degli attori. Che sono bravi, anzi bravissimi, e ottengono così tutto il plauso che meritano. Quindi tutto bene? Mah.

Un premio, per come la vedo io, dovrebbe valorizzare la diversità di un’opera d’arte, non la sua convenienza, la sua aderenza a modelli canonizzati. Perché premiare Hooper quando in competizione c’erano Aronofski (pedinamento degli attori, uso espressionista del digitale) e i Coen (manierismo e post moderno miscelati in modo spiazzante). Perché addirittura lasciare fuori gara Nolan, che da sempre crede in un cinema più di struttura che di sostanza (e quindi più di regia che di scrittura)? La risposta è solo una: per conformismo.


Un conformismo cui si adeguano tutti i premi principali. Dall’Oscar a Colin Firth (era più bravo l’anno scorso in A single man), a quello a Melissa Leo (che è una buona caratterista, ma non vale di certo la Jackie Weaver di Animal Kingdom), passando per l’Oscar obbligatorio a Bale, che prende e perde peso con una facilità soporifera, ma di certo non ha la naturalezza di John Hawkes in Un gelido inverno. Mentre l’unica scelta davvero azzeccata è il premio a Natalie Portman per Il cigno nero, in cui la fusione/sovrapposizione tra attrice e personaggio (a sua volta attrice) è stupefacente.

Niente da dire invece sui riconoscimenti più tecnici che valorizzano giustamente la sceneggiatura e il montaggio (entrambi acrobatici) di A Social Network e garantiscono a Inception un doveroso bagaglio di statuette (quattro). Così come fa piacere vedere la Pixar nuovamente sugli scudi per un gioiello come Toy Story 3.


2 Risposte per "Oscar 2011: la fiera del conformismo"

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