Il piacere di farsi truffare: da Il Quarto Tipo a I’m Still Here

Il Quarto Tipo, un horror sui rapimenti alieni uscito in sordina un anno fa, inizia con Milla Jovovich che si presenta al pubblico come Milla Jovovich (tutto fila) e, guardando in camera, assicura che tutto quanto si vedrà da quel momento in avanti (tra cui persone che levitano sopra il proprio letto e parlano in misteriose lingue morte) è basato su prove documentarie reali.

Il film alterna queste presunte immagini di repertorio con ricostruzioni in studio, e persino con un’intervista alla sedicente psichiatra che avrebbe lavorato al caso. Nonostante sia tutto costruito ad arte, non solo ci casca la quasi totalità del pubblico che vede il film, ma pure la maggior parte dei giornalisti. Anzi, se affronti l’argomento, chi si ricorda del film ti guarda ancora con un certo sospetto, e questo nonostante nel frattempo ci sia stata persino una puntata di Misteri (Italia 1) che ha fatto chiarezza sulla bufala.

Il Quarto Tipo non è certo il primo mockumentary (falso documentario) che ottiene un buon successo di pubblico negli ultimi anni (The Blair Witch Project, Cloverfield e Paranormal Activity sono i primi titoli che mi vengono in mente), ma di certo è uno di quelli che spinge la truffa narrativa più in là. Nessuno infatti si era mai spinto a mettere la propria faccia e il proprio nome in testa a un film di finzione, affermando che fosse tutto vero. Tutt’al più si girava un’opera di finzione come fosse un documentario e poi si lasciava che il pubblico credesse ciò che preferiva (This is Spinal Tap di Rob Reiner, reportage su una inesistente rock band, è uno dei più divertenti e riusciti).
Quindi la domanda è: è una truffa? O in nome dell’effetto drammatico vale tutto?

Questa lunga premessa serve per arrivare all’argomento che mi interessava fin da principio, ovvero il film I’m Still Here.
Presentato a Venezia lo scorso settembre ed ora uscito in Blu Ray in Inghilterra, I’m Still here “documenta” un anno e mezzo di vita di Joaquin Phoenix, all’inizio del quale l’ombrosa star di Hollywood annuncia di volersi ritirare dal mondo del cinema per iniziare una nuova carriera come cantante hip-hop. Quel che segue era già storia (americana) ben prima che il film uscisse: Phoenix scompare dal piccolo e grande schermo solo per ricomparire saltuariamente su un palco nell’improponibile veste di rapper. Quando viene il momento di dedicarsi alla promozione del melò Two lovers, girato prima del “ritiro”, si presenta al David Letterman Show con gli occhiali da sole, la barba lunga e la cicca in bocca, rispondendo alle domande con un filo di voce e un palese menefreghismo.

All’epoca dei fatti, nessuno sa per certo se sia tutto uno scherzo di dubbio gusto o se lui faccia sul serio. Molti, nel dubbio, propendono per il chissenefrega. Ma la sua svolta non passa inosservata, tanto che durante la notte degli Oscar 2009 Ben Stiller si presenta con barba lunga, cicca e occhiali da sole e ne fa una brillante parodia. I giornali e le TV si rimbalzano gli aggiornamenti sullo stato psicofisico di Phoenix, e la notizia tiene banco a lungo.

L’epilogo all’intera faccenda sembrava l’intervista di Casey Affleck – cognato del protagonista, regista del film e fratello di Ben – al Festival di Venezia. Della serie: è tutto vero, per Joaquin non è facile rivedersi in quei panni, è qui al Lido ma preferisce non rilasciare interviste, eccetera. Sì, come no.
Affleck torna negli States e nemmeno un mese dopo parla con il New York Times. Della serie: è tutta una bufala, questa è la miglior performance della carriera di Joaquin, non avevo intenzione di prendere in giro nessuno, eccetera. Ecco, adesso ci siamo.

Ora, che fosse tutto fasullo, anche in questa occasione, non era difficile da capire. Ci sono troppe anomalie “drammaturgiche” dentro I’m still here. Dalle litigate con i fan a bordo palco (con tanto di tuffo in platea) a quelle con amici e collaboratori. E la depressione di Phoenix è troppo “esibita” per non risultare sospetta. Ma in questo caso la natura dei fatti non ne cambia la sostanza. Phoenix ha davvero compromesso la sua immagine pubblica per oltre dodici mesi, e per lo stesso periodo (anzi, di più: per IMDB non lavora dal 2008 e non ricomincerà a farlo ancora per un anno) ha davvero rinunciato a girare film, lasciandosi andare fisicamente (nel film, oltre alla barba, presenta una pancia imbarazzante sotto un petto atrofico) e assumendo un atteggiamento scostante e indisponente con tutti quelli che lo circondavano e non facevano parte della stretta cerchia dei suoi collaboratori.

Voglio dire. Quando verso la fine del film vomita, vomita per davvero (vedere per credere, e che schifo). Quando sniffa la cocaina dal manico di uno spazzolino, sniffa per davvero (non ci credo che è borotalco, mi spiace). Quando si mostra pallido e deforme in camera da letto, il corpo pallido e deforme è il suo. Quando va in televisione e fa la figura del relitto umano davanti a una decina di milioni di persone, la faccia e il nome sono i suoi. E tutto questo è durato almeno 15 mesi, non una serata e nemmeno 40 giorni.

Si potrebbe dire che l’arte imita la vita che imita l’arte, e ci infileremmo all’interno di un tunnel meta-cinematografico potenzialmente senza fine. Di sicuro c’è che l’operazione è estrema: la domanda è se in questo estremismo esista una componente artistica degna di una discussione.

Per me, la risposta è affermativa. Che un film del genere esista è, in sé, una cosa non trascurabile.
A meno che la gente non decida di trascurarla. In questo caso, lo ammetto, non avrebbe senso.


7 Risposte per "Il piacere di farsi truffare: da Il Quarto Tipo a I’m Still Here"

  • fabioguaglione :

    Risposta affermativa, senz’altro.

    Il punto è: esiste una componente artistica degna di una discussione…ma degna anche di una visione?

  • «la domanda è se in questo estremismo esista una componente artistica degna di una discussione»

    Io dico di sì: http://en.wikipedia.org/wiki/GG_Allin

    Ma comunque, la performance di Phoenix – per quanto efficacissima: l’intervista da Letterman la vidi in diretta e mi lasciò addosso un senso di angoscia e disorientamento notevoli, tipo «ma che fa sul serio? Fa sul serio davèro?» – non è del tutto originale. Mi viene in mente Andy Kaufman e gli incontri (finti) di wrestling, per dire.

    (comunque, per qualche motivo a me inspiegabile, guardando Il quarto tipo è difficile non cascarci almeno un pochino, anche se è chiaro che son tutte boiate)

  • Ho troncato il discorso a metà. Volevo dire che la performance non è originalissima, anzi, e questo per me significa che non vale del tutto la pena di esaltarsi per l’idea di Phoenix. Bella sì, ben fatta assai, originale e interessante ni.

  • Giorgio Viaro :

    vero, vero, kaufman è assolutamente pertinente, anche se qui la finzione addirittura esaurisce il personaggio e la sua carriera per oltre un anno e mezzo. mi sembra un po’ più radicale rispetto alle performance di kaufman

  • Sìsì, ma infatti sono d’accordo con te, quando ho scoperto che Joaquin – che comunque bene bene non è mai stato, di testa, anche quando non faceva queste mattane – s’era inventato l’hoax più colossale degli ultimi cinquant’anni l’ho applaudito molto forte. Però, ecco, la matrioska di realtà e finzioni non è l’idea più moderna che ci sia: la predicava anche D’Annunzio, tutto sommato.
    Credo che il valore aggiunto in questo caso sia I’m Still Here più che la performance in sé.
    (posto che io non l’ho mica ancora visto)

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