La crociata senza senso del femminismo americano contro i fumetti

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Non è la tv a denigrare la donna; non sono nemmeno i giornali, gli articoli, gli editoriali. Non sono le battute o il bigottismo viscerale di alcuni “prominenti” rappresentati della società (leggi: politici e opinion leader). Sono i fumetti. Le opere di finzione. I film.

La pensano così alcune femministe americane, che dopo lo “scandalo” di Spider-Woman (la cover disegnata da Milo Manara e ritirata dalla Marvel) e quello della copertina di Batwoman (di Rafael Albuquerque e fatta ritirare dallo stesso autore dopo le minacce di morte rivolte ad alcuni degli oppositori alla sua pubblicazione) si sono scagliate contro A-Force, la nuova serie della Casa di Idee che ha per protagonista una squadra di Vendicatori tutta al femminile. C’è She-Hulk, c’è Dazzler, c’è Medusa e ci sono Nico – dei Runaways – e la nuova Singularity.

In un editoriale sul New Yorker, scritto dalla professoressa di Harvard Jill Lepore, A-Force viene tacciato di sessismo. Perché, dice la Lepore, le supereroine vengono stereotipate e sembrano “pornostar”.

La cosa incredibile, e lo dico con il massimo dell’onestà (e anche con una punta di incredulità), è che la Lepore, qualche tempo fa, ha scritto un libro, The Secret History of Wonder Woman, e ancora oggi è convinta che l’Amazzone sia l’unica supereroina degna di questo nome. Voglio dire: una donna che va in giro in shorts attillati e bustino rosso, diadema e frusta, non è uno stereotipo. Quello no. Lo sono invece le Vendicatrici in tuta e mantelli.

Ma la Lepore non si ferma a A-Force: va oltre. Ammette di aver visto Avengers: Age of Ultron insieme ai suoi figli (piccoli, tiene a precisare) e di aver trovato anche il film di Joss Whedon “sessista”. “È deprimente”, scrive, “che Age of Ultron e A-Force abbiano personaggi femminili con costumi da pervertiti, nonostante Joss Whedon e G. Willow Wilson si siano sempre impegnati a scrivere personaggi femminili realistici”.

G. Willow Wilson, sceneggiatrice di A-Force, è intervenuta dicendo che è difficile commentare qualcosa che non si conosce privandolo, tra l’altro, del suo contesto. La Lepore, infatti, reo confessa di non seguire i comics della Marvel, ha chiesto ai figli che cosa pensassero di queste supereroine. E alla risposta del più piccolo (quanto più piccolo?) “perché sono ragazze mamma” è andata su tutte le furie. Scandalizzata.

Di Joss Whedon non è nemmeno il caso di parlare: il regista dei Vendicatori ha deciso qualche giorno fa di abbandonare twitter proprio per le costanti – e sterili – polemiche sul suo ultimo film, e quindi figurarsi se parteciperà alla discussione imbastita dalla Lepore. (Piccata invece la replica di Marguerite Bennett, co-sceneggiatrice di A-Force: “Willow continua a essere l’anima della grazia e dell’equanimità, mentre io continuo a essere l’anima che dice ‘vaffanculo’ spesso e ad alta voce”).

Tutta la questione non ha ragione d’essere. Perché, come dicevo all’inizio, stiamo parlando di opere di finzione e di fantasia: sarebbe come accusare Stephen King di nazismo perché ne L’allievo ha inserito un personaggio che faceva parte, quand’era più giovane, dell’esercito del terzo Reich. (E che, tra l’altro, si divertiva ad uccidere e a torturare).

È vero che i fumetti, come i libri e i film, hanno – in taluni casi –  una forza educativa (o, all’opposto, diseducativa). È altrettanto vero, però, che chi legge i fumetti (o vede i cinecomic) dovrebbe avere una certa coscienza critica e che non dovrebbe essere un’opera di finzione, di pura fantasia, a doverlo educare su cosa dire, cosa pensare e cosa credere.

Per intenderci: la Lepore non avrebbe dovuto far vedere ai propri figli Age of Ultron se l’avesse ritenuto davvero sessista; allo stesso modo, non avrebbe dovuto mostrare A-Force e chiedere proprio ai figli, poi, che cosa ne pensassero. Schermarsi con l’innocenza dei più piccoli non è mai, e sottolineo mai, utile al discorso generale. È troppo semplice e banalmente populista. E non è utile, poi, nemmeno alla causa femminista.

No, i fumetti non sono sessisti. È chi li legge, al massimo, che rivede in essi del sessismo.

Un po’ come succede con le parole: non esistono parole buone o cattive, denigranti o offensive. È chi le usa che è cattivo o buono, che vuole offendere o denigrare l’altro.

Fonte: Fumettologica


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