Wolverine (non) deve morire

Mentre Hugh Jackman si prepara a vestire per l’ultima volta i panni di Logan, la serie a fumetti della Marvel Comics giunge alla sua fine. Spoiler alert

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È una di quelle cose che non mi sarei mai aspettato di vedere, Wolverine che muore. Ma i Marvel Comics sono riusciti a fare anche questo: a togliermi uno dei miei supereroi preferiti.

In due numeri, il primo più promettente del secondo, il secondo decisamente meno interessante del primo, con i disegni di Steve McNiven e una storia di Charles Soule, Logan è stato prima privato del suo fattore rigenerante, poi messo – presumibilmente per sempre – KO.

Le premesse, quelle buone, c’erano tutte: l’eroe invincibile per eccellenza che diventa improvvisamente mortale. Il passato che ritorna. I rimpianti, la paura di morire, il tempo che finalmente torna a scorrere.

Steve McNiven ha reso più umano – e meno bestiale – Wolverine: il suo viso è più affilato, la sua barba più ordinata; gli ha dato due occhi espressivi, e zigomi alti, importanti. Sembra più alto, questo Logan. Meno massiccio, meno lento. E deve vivere con uno scheletro di adamantio in corpo senza fattore rigenerante.

Persino il suo carattere, in qualche modo, è cambiato: per la prima volta, pensa alla morte. All’inevitabilità della fine. È contento di poter fare la cosa giusta, senza riserve. E dismette totalmente i panni dell’anti-eroe per vestire quelli inediti del cavaliere senza macchia. Lui contro un esercito di mercenari, l’uomo contro il suo passato. Il premio della redenzione dopo una crociata senza religione.

Il cacciatore diventa preda, e Wolverine è in fuga: deve trovare chi lo vuole morto prima che tutti gli uomini messi sulle sue tracce riescano a catturarlo. O a finirlo.

Fino a questo punto, che è più o meno la storia del primo numero, tutto funziona al meglio. Sembra quasi di leggere una di quelle vecchie storie di Mark Millar. Realismo ostentato, critica alla società e alla politica. Una trama che fa più da sfondo, e personaggi veramente protagonisti. Poi, però, tutto degenera: il secondo numero è un eccesso. Un azzardo senza senso. E tutte le premesse iniziali si perdono. Buonismo eccessivo, il sacrificio (inutile?) dell’eroe. Wolverine che è totalmente – e inspiegabilmente – cambiato. E una morte che assume le sembianze di una cascata di adamantio fuso (molto poetico, davvero; ma anche molto stupido).

Ritorna il passato nelle sembianze del dottor Cornelius, lo stesso che diede il suo scheletro indistruttibile a Logan. E si finisce dove tutto è iniziato: in un laboratorio, dove nuove armi umane stanno per essere create. È il serpente che dopo infinite storie, centinaia di numeri, di albi, di crossover, si morde la coda.

La Morte di Wolverine sa di forzatura. Come un’esecuzione senza senso di cui potevamo anche fare a meno. Poteva venirne fuori una riflessione più profonda sul ruolo dell’eroe e sulla sua mortalità – e moralità. Poteva essere una delle storie migliori della Marvel. E invece è stata banale, quasi scontata. Wolverine doveva morire, sì. Ma non così. Poteva perdere gli artigli, poteva decidere – come in Vecchio Logan – di non sfoderarli più. Poteva morire dentro, perdere il suo lato bestiale, da cacciatore. Poteva essere finalmente eroe, senza riserve. Poteva, ma non lo è stato. E la Marvel ha mancato di molto l’obiettivo di rendere giustizia a uno dei più grandi personaggio dell’immaginario supereroistico.


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