Dimenticatevi di Civil War. La grande attesa è per Deadpool

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Sì, lo so: forse sto esagerando. È impossibile dimenticarsi di Civil War. È impossibile perché, per una volta, ritroviamo i buoni contro i buoni, senza troppi cattivi contro cui scontrarsi o toppi interrogativi a cui rispondere. C’è la politica, per una volta. Anche qui, anche tra i personaggi Marvel. Ed è una cosa decisamente inedita per gli standard della Casa delle Idee. Quindi sì: è vero, siamo tutti in attesa di Civil War. Forse anche più del prossimo Avengers, in uscita in Italia il 22 Aprile.

Scusatemi, però, se mi sento comunque in dovere di spostare l’attenzione su qualcos’altro: su Deadpool e sul suo lungometraggio che finalmente, alleluja!, sta prendendo vita.

Non sono un grande fan di Ryan Reynolds (è riuscito, in Lanterna Verde, a farmi odiare un personaggio che fino a quel momento mi lasciava mediamente indifferente con picchi alternati di delusione e di excitement). E non sono nemmeno un fan di quello che la squadra della Fox è riuscita a combinare – non a fare, no – in Wolverine: Le Origini. Con un Deadpool da, perdonatemi, dimenticare. Ma nel lungometraggio, in questo grandissimo evento che – lo spero vivamente – sarà fatto di psicopatia, voci su voci, quarte pareti sfondate a calci e a pugni, ci credo ancora. Ci credo come un bambino crede a Babbo Natale a 5 anni.

Le premesse, quelle buone e cattive, ci sono tutte: il cast, uno script, un footage niente male (speriamo si riduca l’utilizzo del motion capture, o il film diventerà il nuovo Toy Story). Abbiamo anche parte della crew tecnica e qualche buon nome a cui affidarci. Forse la Fox, dopo il ritorno di Bryan Singer al timone degli X-Men e con i nuovi Fantastici 4 in arrivo, ha capito: ha capito quello che la Marvel sta facendo, ha capito l’attenzione che serve per i personaggi e le storie. Ha capito che puntare solo ai soldi, al mucchio, non porta a niente.

Però la notizia di una possibile censura (un rating che dimezzi il numero di copie e che tenga lontano dai cinema il pubblico) mi ha lasciato abbastanza perplesso.

Se non avete mai letto un fumetto di Deadpool, lasciate che ve lo presenti brevemente: è uno stronzo. Un grosso, gigantesco stronzo senza freni e senza peli sulla lingua. Alla sua voce, se ne alternano altre due: voci narranti, della coscienza e della ipercoscienza, di quello che sta succedendo nel fumetto e di quello che sta succedendo oltre le tavole. Cita film, serie tv, altri fumetti. Gioca sui doppi sensi e sulla malizia. È – lo ripeto – uno stronzo.

Quindi figuratevi: ha ragione la Fox a preoccuparsi di cosa fargli dire e pensare. Ma una censura, onestamente, pare troppo anche per uno come Deadpool: ridimensionarlo non sarebbe sicuramente la stessa cosa di dargli libero sfogo. E ridimensionandolo, mettendo dei paletti alla sua ironia, non si otterrà altro che svilirlo, dimezzarlo, privarlo del suo mordente.

No, Deadpool va servito così com’è: ai Marvel Studios la forza di una campagna ben pensata e onnicomprensiva; alla Fox, il merito di aver finalmente dato vita a un personaggio dei fumetti così come i suoi creatori (in questo caso: Fabian Nicieza e Rob Liefeld) l’hanno immaginato.


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