Birdman, l’ultimo supereroe del cinema d’autore

birdman_bestmovie

C’è nostalgia a Hollywood, e la vittoria del film di Alejandro Gonzalez Inarritu ne è la prova: l’Academy ha voluto premiare – pare assurdo, ma è così – il cinema d’autore, quello che ancora azzarda, che ancora prova ad aggiungere qualcosa alla discussione; che a una storia banale, preferisce una confusa, attorcigliata, schizofrenica. Ha premiato il film e il regista, ma non l’attore – quello, da un punto di vista puramente mediatico, sarebbe stato un suicidio perché il pubblico nel corso di questi mesi è stato abbastanza chiaro: Eddie Redmayne, giovane e interprete di uno Stephen Hawking innamorato, aveva già vinto l’Oscar (e il cuore) per milioni di spettatori.

Birdman è un lunghissimo piano sequenza: volti che si alternano a volti, voci che si accavallano a voci, e una storia che parla di tante cose e che, nel particolare, sembra raccontare l’eterna – e oggi così attuale – contrapposizione tra cinema di “qualità” e cinema di “massa”. Idealmente, perché è abbastanza immediato come collegamento mentale, Inarritu sceglie di eleggere a Mulino a vento il genere cinecomic; il suo protagonista, interpretato da un incredibile Michael Keaton, è un attore che ha vestito i panni di un supereroe, Birdman appunto, e che vive ancora nell’ombra di quel successo. Ricominciare dal teatro, dall’arte per pochi per eccellenza, è il suo modo di riscattarsi. Di dimostrare che sì, non è stato solo il volto di un blockbuster, ma che è pure un bravo – bravissimo – attore. A questa contrapposizione si affianca il (non tanto) solenne dilemma del “meglio famosi o meglio talentuosi?”, a cui dà voce il personaggio di Emma Stone. (“Non hai nemmeno un profilo twitter!”, rinfaccia al protagonista.)

Terzo tema cardine di Birdman è, come suggerisce lo stesso titolo, l’ignoranza: nel senso più immediato e sincero possibile, ovvero “di ciò che si ignora”. Ragioniamo per pregiudizi, e ragioniamo per luoghi comuni. E spesso dimentichiamo cosa ci sia al di là, oltre – che un attore non è solo una faccia, ma un essere umano. Che il palco di un teatro non è tutto il mondo. Che un film, un film blockbuster, non è il male assoluto di vivere. Inarritu, co-autore della sceneggiatura, insiste su questi passaggi e sembra dire allo spettatore che il cinema non si divide nella bicromia di film d’autore e film di massa, ma che ci sono anche punti di contatto, di grigio – e di questo, “la virtù dell’ignoranza” ci rende dimentichi.

Quindi non è l’assurda lotta tra cinecomic, attuali e moderni, capaci di riempire le sale, di attirare il pubblico di tutte le età, e cinema d’autore: è la lotta, molto più antica, tra le idee, stantie e vecchie, e il coraggio di provare. Il coraggio di essere liberi – di fare le proprie scelte in base a quello che si è, e non in base ai gusti del pubblico.

Quando qualche settimana fa ho scritto della Marvel che presto avrebbe comprato anche Batman, volevo intendere questo: che è il sistema “cinema” ad essere alla mercé delle major come la Casa delle Idee (e la Disney), non solo i supereroi. Rischiamo di finire in un pozzo senza fondo, fatto di sequel, reboot e di prequel: che all’intenzione iniziale di dare vita ai personaggi della fantasia di milioni e milioni di spettatori stanno ora preferendo l’incasso facile. Birdman non è solo l’anti-cinecomic, è l’anti-cinema di massa, stupido e insensato. È la supplica di fare del cinema ancora un mondo di magia e di piccoli, grandi miracoli.


Per inserire un commento devi essere registrato a Best Movie. Effettua il login

Se non sei registrato clicca qui registrati