Hayao Miyazaki non è Charlie

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Ci riflettevo l’altro giorno, parlando con Lorenzo Ceccotti, l’autore di Golem. Il cinema di Hayao Miyazaki è sì “orientale”: il tratto del disegno, è innegabile, è quello; c’è tutta una tradizione nelle sue scelte stilistiche e anche, poi, in quelle registiche. Ma i temi che ha trattato nel corso della sua carriera sono sempre stati, volenti o no, più vicini a noi occidentali. Il rapporto tra l’uomo e l’ambiente, la tecnologia, la guerra: cose che in patria gli hanno causato non pochi problemi. Eppure non ha esitato nel dichiarare che, dal suo punto di vista: “è un errore prendersi gioco delle credenze delle varie culture. Sarebbe una buona idea smettere di fare cose del genere.” Ovviamente stiamo parlando di Charlie Hebdo e della sua satira che, in questi mesi e ancora oggi, hanno fatto e fanno discutere molto.

Quello che dice Miyazaki è chiaro: bisognerebbe rispettare, e non prendere in giro, le religioni. Specie se non sono le nostre. Al più, ha aggiunto, “le caricature dovrebbero avere come vittime soprattutto i politici delle nostre stesse nazioni. Sembrerebbe sospetto prendersela con quelli delle altre.” E anche su questo il due volte Premio Oscar è stato cristallino: prima di guardare agli altri, dovremmo guardare a noi stessi.

Il problema, però, è un altro: la satira, intesa come movimento rivolto verso l’alto, come critica e sfottò del più debole contro il più forte, punta anche a questo, alla religione. Il rispetto è un’altra cosa: è indubbio e alla base di qualsiasi convivenza, di qualsiasi dialogo. Ma la satira ha il compito di spogliare l’uomo di tutte le sue certezze, e di farlo tornare con i piedi per terra. Non si tratta di immiserirlo; solo di aprirgli gli occhi. Miyazaki dimentica questo: ci va piano, coi piedi di piombo, e dimentica l’importanza dei simboli. Lui, che ne ha nascosti ovunque nei suoi film.

Hayao Miyazaki non è Charlie. Ma il punto, qui, non è essere Charlie. Il punto è che tutti possano dire quello che pensano, senza, per questo, rischiare la vita. Non è l’occidente contro l’oriente; non è Cristo contro Allah; è la libertà contro la censura, e Miyazaki che tante volte ha parlato a muso duro di guerra e di “cattiva politica” dovrebbe capirlo. Charlie Hebdo è diventato un simbolo – un simbolo di cui, è vero, ci siamo quasi rallegrati, pronti ad usarlo alla minima occasione, “je suis…”, e poi subito pronti a dimenticarlo, come – da ultimo – nel caso della sparatoria di Copenaghen. E il simbolo “Charlie Hebdo” sta a dire una cosa, semplice, elementare: è sbagliato uccidere. Rintanarsi nel proprio giardino, nel proprio “angolo di paradiso”, come suggerisce il maestro, è assurdo: il mondo, col tempo, è diventato più grande. E i confini si sono fatti più sottili.


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