Il segreto del successo dei cinecomic? Il nostro bisogno di eroi

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È così: ne abbiamo bisogno. Li cerchiamo nei libri, nei fumetti, nei film. Abbiamo bisogno degli eroi, di quelli che salvano la situazione, di quelli che, ostinati, ripetano “mai dire mai” e “tutto andrà bene”.

Abbiamo un improvviso quanto inatteso bisogno di romanticismo, e Hollywood se ne è accorta. All’inizio, i cinecomic avevano trovato il loro spazio per la crisi generale e dilagante di idee e di scrittura: mancavano script originali e soprattutto mancava chi li scrivesse. E alle produzioni non è rimasto che darsi a cose già scritte e pubblicate, come i libri e, ovviamente, i fumetti.

Ma in qualche modo, l’altra Hollywood, quella per bene, quella del cinema d’autore, quella che “dio Malick quant’è bravo, dieci ore di primi piani, manco una parola!”, ha osteggiato la scalata verso il successo del genere cinefumetto. Finché non è stato lo stesso pubblico a decretarne la fortuna. Come? Con miliardi di incassi. Da una parte, i nostalgici: quelli cresciuti con gli eroi di Marvel e DC; dall’altra, i più giovani, che anziché dai racconti dei nonni hanno imparato quello che c’era da sapere sul mondo, sul bene e sul male, dai fumetti. (Così me l’ha spiegata anche Brian Vaughan, autore televisivo e sceneggiatore, qualche tempo fa.)

E quindi eccoci qui: all’alba di una nuova era. Con la fine della fase 1 e l’inizio della fase 2 della Marvel, abbiamo capito – chi più chi meno – che cosa ci aspetta: un calendario fitto di uscite e di rilanci, di nuovi personaggi, di crossover, di film e di serie tv. Con la serializzazione delle saghe della DC, alla crescita di un genere s’è aggiunto lo scontro tra due giganti, Disney e Warner Bros. E il mondo, improvvisamente, si è fatto più piccolo.

Ora le voci fuori dal coro sono diminuite. In pochi dicono (o comunque ammettono) di non apprezzare il genere cinecomic. E quelle volte che succede, c’è sempre chi, vedi Paul Thomas Anderson, s’erge a difensore dei film dei supereroi e critica di eccessiva pesantezza chi, invece, li condanna. E questo senza considerare un altro fenomeno, più dilagante: tutti vogliono far parte dei cinecomic. Tutti. Il primo nome importante in un film di supereroi è arrivato con Robert Redford, papà del Sundance Film Festival, l’altra faccia del cinema classico americano insieme a Clint Eastwood (il secondo più figlio delle grandi produzioni; Redford, invece, dallo spirito profondamente “indie”). Dopo Redford, è stato il turno di Michael Douglas, prossimamente in Ant-Man. Quindi tutta una schiera – infinita – di attori, più o meno importanti, che hanno voluto, e che vogliono tutt’ora, fare parte dell’Universo Marvel (o DC). Per fare ancora un nome: Kristen Stewart.

Questa tendenza generale si spiega solo in un modo, e cioè che il cinecomic è il genere che riempirà le sale nel prossimo futuro. L’unico modo che ci sia ancora a Hollywood per fare soldi sicuri. Una volta erano i blockbuster action, e Michael Bay lo sa bene; oggi, invece, sono i film sui supereroi. È un’evoluzione naturale delle cose: se una volta erano la scrittura e le interpretazione e la regia a fare, per buona parte, un film, oggi sono gli effetti speciali e sonori, la scenografia, i costumi, il soggetto (da cosa, cioè, trae spunto o si ispira il film).

Ad un’insaziabile voglia di romanticismo e di grandi gesta, una cosa che fa molto Omero e Odissea, si unisce il bisogno fisiologico di un sistema (leggi: cinema) di restare a galla, di rimpolparsi, di trovare nuova aria e nuove energie. Chi non si uniformerà nel prossimo e immediato futuro rischia di finire nel dimenticatoio. O forse, e non è tutta da escludere, la nicchia che resisterà – con fatica – rappresenterà il prossimo cinema d’autore. Anche se, e bisogna ammetterlo, lo stesso filmmaking, per dirla all’americana, dei grandi nomi – dei cosiddetti autori – si sta, in parte o in toto, uniformando alla potenza nascente, al “gigante che dormiva”, cinecomic. Più computer, più effetti speciali; più ambientazioni mozzafiato.

Ma se James Gunn è pronto a dissacrare la fantascienza cult degli anni ’80, non è lo stesso per Ron Howard, che al bisogno di eroi risponde con i classici: ora è il turno del Capitano Achab (che, guarda caso, ha la faccia di Chris Hemsworth, il Thor della Marvel); poi, forse, sarà il turno di Roland, il pistolero nato dalla penna di Stephen King. L’evidenza è sotto gli occhi di tutti. Guardate le nomination agli Oscar: i più quotati sono i film con eroi (o supereroi). American Sniper, Birdman (pantomima del genere che sfonda la quarta parete), e The Imitation Game.


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