Il Corriere della Sera e le matite rubate

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C’è un momento in Philadelphia, il film con Tom Hanks e Denzel Washington, che mi è rimasto impresso nella memoria. Sinceramente, non so perché. È la scena in cui l’avvocato della difesa prende la parola per la sua arringa di apertura. Ripete in continuazione “fatto”.

“Fatto!”: e ne dice uno, reale, concreto, praticamente innegabile. “Fatto!”, e ne dice un altro. “Fatto!” e via così, fino alla fine dell’arringa.

Ora – e anche in questo caso non so dirvi perché – quando penso alla storia del Corriere della Sera, del “furto” delle vignette e della stampa del suo instant-book in favore della libertà di espressione (e delle vittime di Charlie Hebdo), penso a Philadelphia, a quella scena, a “fatto”. E inizio a sciorinare anche io un monologo nella mia testa. Con la premessa fattuale e la conseguenza più o meno ovvia.

Fatto. Mercoledì 7 gennaio 2015 uomini armati colpiscono la redazione di Charlie Hebdo uccidendo 12 persone. Il mondo, a cominciare dalla Francia, si stringe attorno ai giornalisti e protesta per la libertà di espressione.

Fatto. Una settimana dopo l’attentato, Charlie Hebdo torna in edicola. Il Fatto Quotidiano decide di stamparlo e di distribuirlo in Italia. Vanno esaurite oltre 3 milioni di copie in poche ore. Il giorno dopo, Charlie Hebdo va in ristampa.

Fatto. Il 15 Gennaio (e il 16) il Corriere della Sera distribuisce un volumetto, “Je suis Charlie: Matite in difesa della libertà di stampa”, in cui raccoglie strisce, vignette e disegni in solidarietà della redazione di Charlie Hebdo.

Fatto. Il Corriere della Sera, come dimostrano le polemiche e le denunce delle ore successive alla distribuzione di Matite in difesa della libertà di stampa, non ha chiesto a tutti gli autori il permesso per mandare in stampa il loro lavoro. Difendendosi con la scusa del “poco tempo” e assicurando la possibilità post-pubblicazione di “rimediare” al torto subito.

Fatto. Il direttore De Bortoli, in via ufficiosa e su Wired, chiede scusa.

Fatto. La comunità di fumettisti e autori non è per niente soddisfatta.

Fatto. Il Corriere della Sera, oggi, pubblica un trafiletto di scuse (pag. 9) in cui vengono riprese pari pari le parole del direttore, si accenna a “qualche autore scontento”, a “molti altri” felici per l’iniziativa e a scuse piuttosto vaghe.

Fatto. La comunità della rete è indignata. Fatto.

Che questa storia sia ricostruibile sui fatti non è una cosa nuova. Non sono stato certo il primo a farlo. Eppure, nell’escalation delle ultime ore, viene da pensare. Viene da pensare a come il Corriere della Sera non avesse previsto – e l’ha detto anche Luca Baldazzi, via twitter – quello che sarebbe potuto succedere. Come un gruppo editoriale del genere, il più antico e autorevole d’Italia, non avesse abbastanza “uomini” per avvisare tutti i fumettisti e autori in tempo per la pubblicazione dell’instant-book. Come, in nome della libertà di espressione, sia stato calpestato il diritto d’autore.

Viene da pensare alle parole di Roberto Recchioni, tra i primi a scrivere di questa storia, che ha messo nero su bianco l’evidenza, i “fatti” (ancora una volta): e cioè che forse non era sua intenzione partecipare così, in questo modo, con questo libro, alla solidarietà per Charlie Hebdo; che magari, collaborare con Rizzoli e Corriere non era tra le sue aspirazioni; e che forse non era d’accordo con la linea editoriale del giornale.

E viene da pensare anche ad Ortolani, un altro degli autori “derubati”, che ha disegnato una vignetta in cui il suo Rat-Man regge un cartello e dichiara: “Io non sono il Corriere della Sera”.

Insomma, da un estremo siamo passati ad un altro: dalla pretesa difesa alla libertà di espressione, al leso diritto d’autore. Ma è tutto in beneficenza, è stata la scusa principale. Il Corriere non ci guadagna nulla. Non c’era tempo, è stato ripetuto ancora una volta.

Questa storia del Corriere della Sera ci dimostra una cosa. Ci dimostra che in Italia non ci sia ancora piena consapevolezza della Rete e di come interagire con essa; ci dimostra che anche i grossi gruppi editoriale non sanno come reagire, come comportarsi, davanti ad essa.

Matite in difesa della libertà di stampa rappresenta, di fatto, una violazione della libertà di stampa. Perché essere liberi di fare qualcosa vuol dire anche essere liberi di non farla. Di poter decidere, di avere libero arbitrio, di essere responsabili di se stessi e delle proprie azioni. E questa non è una considerazione personale. Questo è – indovinate un po’ – un fatto.

È un fatto che il Corriere della Sera abbia sbagliato. È un fatto che la parte lesa, i fumettisti e gli autori, abbia davvero perso qualcosa in questa storia. Ed è un fatto che davanti alla Rete, in essa, non esistano differenze.  Che non ci sia il tempo per la fretta e per le giustificazioni.

Ma al di là del diritto d’autore è stato calpestato anche il rispetto reciproco, l’educazione, il riconoscimento che una parte deve all’altra. Questo è l’apice di una cattiva informazione che, forte delle copie vendute (o non vendute), crede di poter fare, di poter dire, di poter agire.

Il minimo che ora il Corriere della Sera possa fare è chiedere scusa. Chiedere scusa in prima pagina, non in nona. Chiedere scusa a tutti, citando ogni singolo nome coinvolto, senza appigliarsi a giustificazioni o a “cause di forza maggiore”. Chiedere scusa e ritirare Matite in difesa della libertà di stampa dalle edicole e dalle librerie. Ma probabilmente non lo farà, perché questo non è un fatto.


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