Perché Colin Farrell è una scelta perfetta per la seconda stagione di True Detective

Tutti ne parlano, pochi ne sono entusiasti: Colin Farrell è proprio il volto migliore per rilanciare (specie dopo la performance da Emmy di Matthew McConaughey) il serial di Nic Pizzolatto?

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Quando la HBO annunciò il suo nuovo prodotto, True Detective, nessuno si aspettava granché da Matthew McConaughey e da Woody Harrelson. Soprattutto: nessuno si aspettava granché in generale, da una nuova serie scritta da un anonimo autore televisivo, con il nome da italo-americano di terza generazione. E quindi apriti cielo quando True Detective si è rivelata essere invece uno dei migliori serial della televisione made in USA, e sicuramente il prodotto autoriale migliore di casa HBO del 2014.

Oggi che si fa un gran parlare di Colin Farrell e di Vince Vaughn come new entries del cast di True Detective, c’è chi si lamenta perché a) Farrell non è come McConaughey (scherziamo?); e b) perché Vaughn come villain non è per niente convincente. Sorvolando ampiamente sulla questione Vaughn (che ha talento da vendere, tra parentesi) vorrei concentrarmi sull’altra, quella Farrell-centrica. E cioè: perché Colin Farrell non sarebbe adatto al ruolo di protagonista della seconda stagione di True Detective.

Innanzitutto: si sapeva – quantomeno: si sospettava – che True Detective non sarebbe stato la tipica serie tv, quella cioè che, a seconda del gradiente di popolarità, va avanti di stagione in stagione, d’anno in anno, e alla fine (vedi Dr. House, Grey’s Anatomy; Lost) non sapendo più che cosa dire rischia di ripetersi. No, l’idea di Pizzolatto è stata chiara a tutti fin dall’inizio: True Detective non avrebbe parlato di un personaggio, ma di un modo di essere – quello del “vero detective”. E quindi abbiamo Rusty, interpretato magistralmente da McConaughey, ma anche Marty, ovvero Harrelson, che è la cosiddetta “altra faccia” della medaglia. E partendo da quest’idea – fondamentale – comprendere perché Pizzolatto abbia scelto di cambiare la sua “squadra vincente” diventa piuttosto facile. Un perché facile, attenzione, non condivisibile.

Quindi arriviamo a Colin Farrell. Ci sarebbe tutta una serie di motivi, più o meno convincenti, da elencare per dimostrare che è quello giusto, che Farrell “true detective” non è un’idea così cattiva, anzi. Eppure mi limiterò e andrò dritto al punto: Farrell è un bravo – un ottimo – attore. Lo dimostrano la sua filmografia e i suoi ruoli. Lo dimostra l’aura mistica, da attore cult, che in breve tempo è riuscito a costruirsi attorno. Il carisma, la bravura – la presenza scenica (che non si ha solo con un bel paio di gambe).

Pensateci un secondo: altri tempi, altro regista (Oliver Stone), altra storia. Parlo di Alexander e dell’incredibile performance di Farrell (affiancato, in quell’occasione, da Jared Leto). Ma permettetemi, continuo. In Bruges – La coscienza dell’assassino, Miami  Vice. The New World, di Terrence Malick. Parnassus? The Way Back, di Peter Weir, uno che ha sempre centrato il punto con i suoi film – massicci, consolidati, affidabili.

Il lavoro di una vita non vi basta? E allora prendete una foto di Farrell, una qualsiasi, una come questa. E guardatelo. Stategli vicino. Poi allontanatevi. Poi guardatelo di nuovo. Gli occhi, il naso, la mascella, l’attaccatura dei capelli, le sopracciglia, folte e nere. Il libro non si giudica dalla copertina, direte voi. E io vi rispondo: avete ragione. Per questo Farrell è perfetto per la seconda stagione di True Detective. Perché è spiazzante come scelta. Inattesa, poco condivisa, soprattutto: sottovalutata. Un po’ com’è stato per Matthew McConaughey, apostrofato da tutti prima dell’Oscar come “Matthew chi?”. Se Farrell andrà male, non farà niente: era una cosa già saputa. Ma se andrà bene? Li vedo già i titoli dei giornali: “glorioso, perfetto, ai livelli di Matthew McConaughey”.


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