«Capitano, mio capitano…»

All’una e mezza di notte circa, ora italiana, la terribile notizia: Robin Williams è morto

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Le citazioni si sprecano. Le frasi, i nomi di vecchi film, le scene, i ricordi. Sono i momenti più brutti, questi. I momenti in cui non riesci a mettere ordine tra i tuoi pensieri e cominci a parlare a raffica, a dire, a citare, a credere che forse… Ma è tutto inutile. Davanti a notizie del genere, non c’è molto da dire. Figurarsi da fare. Non c’è frase, giudizio o parere che tengano. Non c’è niente – assolutamente niente – che si possa dire per alleggerire la tensione, per spezzare la coltre di angoscia che come dal nulla, con forza, è scesa ad avvolgere ogni cosa. È morto Robin Williams. Sessantatre anni, una carriera fatta di successi, film cult. Un’icona della comicità, lo ricordano i suoi amici e colleghi di Hollywood. Una persona deliziosa, coinvolgente, «a pal», un amico, come dice Steven Spielberg. Tutti ce lo ricordiamo mentre scherzava in pubblico, a questo o quell’evento. Ce lo ricordiamo quando agli Oscar, puntualmente, prima di presentare la sua cinquina, teneva un monologo – il suo monologo. E tutti giù a ridere.

Io lo ricordo all’AFI (Life Achievement Award) di Robert De Niro. Ricordo quando prese la parola. Ricordo la commozione, la forza, le risate di De Niro. E ricordo anche quando rese omaggio ad Al Pacino, con cui si ritrovò a lavorare in Insomnia. Ne aveva tantissimi di aneddoti di raccontare, e sempre con la sua freschezza, la sua spontaneità. Robin Williams era un gigante della comicità. Hook, Mrs Doubtfire, Good Morning, Vietnam, L’attimo fuggente, Risvegli, Hook, Patch Adams, La leggenda del re pescatore, Jumanji. Per uno della mia generazione, era più di un attore – era un amico, un padre, una compagnia nei freddi sabato sera d’inverno, quando non si poteva uscire e tutto quello che si poteva fare era guardare la tv.

«Speriamo diano Capitan Uncino», mi dicevo. Così lo chiamavo. Ma il mio eroe era lui, quel Peter troppo cresciuto. Un Peter che non poteva morire e che ci insegnò più di una volta a non arrenderci mai. Tutti, ovviamente, ricorderanno l’Oscar che vinse con la sua interpretazione in Will Hunting – Un Genio ribelle, co-scritto da Ben Affleck e da Matt Damon. Tutti, poco ma sicuro, lo ricorderanno barbuto, coppola in testa, a snocciolare perle di saggezza per il povero Will. Anche allora, come un amico.

Alle 12, ora locale, dell’11 Agosto viene ritrovato senza vita nella sua casa a Tiburon, California. Due minuti dopo, viene dichiarato morto. Causa del decesso: asfissia. Sospetto suicidio. Come puoi fare i conti con una cosa così terribile? Qui poco c’entrano la cinefilia, la passione per il cinema e l’amore per la settima arte. Robin Williams era – non uno di noi ma – uno che passava del tempo con noi. Non uno di famiglia, ma un conoscente, un amico – quante volte abbiamo rivisto Mrs. Doubtfire durante la nostra infanzia? Quante volte l’abbiamo visto indossare la sua calzamaglia verde? E quante, crescendo, l’abbiamo seguito sui banchi di scuola, ne L’Attimo Fuggente, o nel mondo dei sogni in Al di là dei sogni?

Era l’uomo bicentenario, era il «mio capitano». Era Robin Williams.


Un commento a "«Capitano, mio capitano…»"

  • alexmanfrex :

    Bellissimo tributo …
    Hai saputo togliermi le parole dalla testa, come le avrei pensate e scritte io …
    Senza voler banalizzare nel retorico esercizio di classificare le perdite cinematografiche degli ultimi tempi in base alla loro gravità, trovo però che questa scomparsa colpisce più di quella di P.S.Hoffman, per i motivi che hai indicato …
    La scena finale de “L’attimo fuggente” che per me è la più bella di tutta la storia del cinema, non sarebbe stata tale senza lo sguardo di Robin Williams che la chiude, uno sguardo di malinconica felicità, o felice malinconia, che dir si voglia … Un monumento … Il cinema di oggi (che è cambiato pesantemente) non è stato in grado più di valorizzarlo negli ultimi tempi … E’il più grande rammarico per chi lo ha ammirato per più di vent’anni

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