Busan International Film Festival – Meet the Asian Film Market

busan“Sorry, sorry”. “Sorry, sorry”. “Sorry.”. “Oh, sorry.”. “Prrr, prrr:”. Trombetta. “Pfffff”. Questa una normale discussione con i sud koreani. Sempre a scusarsi per qualsiasi cosa, prima ancora di averla fatta. Esatto, dopo Bad Korea, eccomi scendere in Nice Korea, per il Busan International Film Festival, contenitore dell’Asian Film Market, la fiera asiatica principale insieme a Hong Kong di cui abbiamo parlato diffusamente in passato. L’ottima sorpresa è che Busan è una città molto rilassante, e l’organizzazione, tra i quali l’amico Jin Park, precedentemente programmer del Pifan, di cui abbiamo parlato diffusamente in passato, hanno creato una situazione rilassante e tutt’altro che caotica come quella di Cannes, Berlino e gli altri mercati. Busan è un posto di mare, quindi già questo gli dà 1000 punti, tutto è facilmente raggiungibile ma tanto tutti i partecipanti hanno un’automobile che li scarrozza in giro per la città. E la sera hai sempre almeno 5 inviti ai party dove mangiare ai quattro palmenti, bere e fare public relations. Praticamente il 70% del lavodropro nel movie business. Le star koreane sono a portata di mano (come potere vedere nella mia foto con Kim Ki-Duk, ed è un’occasione per incontrare amici vecchi e nuovi da tutto il Mondo. Tra i film italiani, Anime Nere, Leopardi, Pasolini, I Nostri Ragazzi, Le Meravigile e Southern Asian CInema – When the Rooster dell’amico Leonardo Cinieri Lombroso. Leo aveva già presentato a Busan il suo precedente documentario, nel quale intervistava i registi che hanno fatto la storia del cinema koreano. In questo suo nuovo lavoro si parla con  Brillante Mendoza, Pen-Ek Ratanaruang, Eric Khoo e Garin Nugroho tra i principali rappresentandi del cinema del Sud Est asiatico, in un momento in cui ci sarà un’unione economica e culturale tra questi Paesi (cosa che mi pare sappiano in pochi). Il documentario è un’occasione per conoscere le differenze e i punti in comune tra queste realtà. Personalmente lo trovo molto interessante a livello didattico, per capire come funziona il lavoro nel cinema in Paesi come questi. Interessante per esempio il discorso di Brillante Mendoza sullo stile documentaristico, e come renderlo affascinante. Alleluia di Fabrice Du Welz è stato invitato anche qui, giustamente, facendo ormai il giro del mondo. Prima o poi anche qui in Cina. Chi scrive ha avuto modo di vedere un po’ di titoli che sperava di esaminare da tempo, e, a proposito di geni dal belgio, Michael Roskam, regista del candidato all’oscar Rundskop, conosciuto internazionalmente come Bullhead (chi non l’ha visto, vergogna) fa il salto di qualità a Hollywood con The Drop.Inseminator Prestigioso e rischioso. Un noir, sulla carta pazzesco, con Tom Hardy, Noomi Rapace  e James Gandolfini. C’è da leccarsi i baffi e il film non delude. E’ chiaro dall’aspetto visivo che Roskam non ha potuto dare quello che poteva a livello visivo. Per le tempistiche e i ritmi di Hollywood. Tuttavia porta una storia che gli si addice e che mantiene le premesse autoriali del passato. Ancora un protagonista taciturno e introverso per lui, con un passato oscuro che lo rende una belva pericolosa e ferita. Una storia semplice ma con personaggi giganteschi. Il Bob di Hardy sembra uscito da un film di Nicolas Winding Refn, senza scimmiottarne lo stile. Ma è quel tipo di eroe alla Drive, e quindi alla Taxi Driver: solitario, silenzioso, buono, cocciuto ma tremendamente letale. Non un film perfetto ma un film perfettamente realizzato, con dei momenti altissimi, ancora più apprezzabili perchè realizzati con mestiere. A rischio seriamente di essere il film dell’anno del sottoscritto. Horror? In generale c’è poco in giro, quindi dovrò darmi da fare a girare io un capolavoro. Consigliato da molti, questo ambusanericano It Follows, che parte da una premessa assurda. Una tipa viene rapita da un tizio con cui esce e questo gli attacca qualcosa. Da allora gente morta, non zombi, non fantasmi, gente morta visibile solo a lei, la segue. Una merda! O meglio. La storia potenzialmente è il nulla più totale, e dimostra come ci sia una sapiente organizzazione da parte di gente e agenzie (tra i quali ci sono pure amici miei) che decide che uno deve avere successo a tutti i costi. Soprattutto in questo genere. Detto questo, il film è girato in maniera molto buona,raffinata e un po’ ruffiana, e chiede il premio oscar o almeno il telegatto, per il sound design che fa tutto il film, in pratica. Passiamo all’Europa. Odore di remake americano per l’Ungherese White God, vincitore di Un Certain Regard. Altro film semplice ma perfetto. Usare i cani per accattivare il pubblico è veramente geniale, e usato così, con un film che diventa una rivoluzione, è decisamente potente, fino al livello profetico. Da vedere e basta. Interessante la chiave di lettura sul razzismo del regista. Ho visto anche Cruel, un film francese su un serial killer, ma non è nulla di che.  Un killer cerca di risolvere i suoi problemi personali con l’amore. Molto francese, con il protagonista meditabondo che parla con voce off riguardo le dinamiche dell’universo. E’ un serial killer, qindi si presuppone stia fuori. No psicology. Bocciato, sorry Emmanuelle. Il nuovo Miike, Over your dead body, è due sfere così. Forse in un’altro tempo avrei urlato al capolavoro, forse è un capolavoro, ma la storia di una piece teatrale di samurai che diventa una persecuzione fantasma ai tempi moderni proprio non mi scende giù. Ci riproverò. Da citare The Inseminator, assurdo film vietnamita che non vedremo MAI,  e un film cileno, Aurora, sulla vera storia su una tizia che ha alzato un bordello legale per adottare una bambina morta e poterla seppellire.

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