Orange is the New Black: la nuova frontiera della rete.

Premessa 1. Quando è nata la tv commerciale, in Italia, in Giappone, in America, ovunque, la prima proposta per il pubblico era quella di mostrare cosa si poteva dare in più, rispetto ai canali pubblici. C’è chi ci ha creato un impero su questo. Sesso e violenza sono al top (primo e secondo posto) di questo tipo di mercificazione.

Premessa 2. Quando l’HBO, ormai uno dei network via cavo numero uno, aprì i battenti, volle subito proporre quanto di più estremo ci potesse essere in televisione. Realizzò così Oz, serie tv scritta da Tom Fontana che sovvertiva tutte le regole del trasmetti bile. Ambientata in un carcere americano, Oswald, raccontava in maniera brutale, comprese violenze sessuali tra detenuti, soprusi fisici e psicologici e omicidi all’arma bianca, la vita della galera. Insieme a Twin Peaks e X Files gettò le basi di quello che sarebbe stato il nuovo trend delle serie tv moderne, con struttura di continuity e narrazione corale. Per dire, Lost ha tributato Oz, ospitando molti attori che ne facevano parte.

Premessa 3. Le serie tv però le vedono quasi tutti dal computer scaricandole, e la rete sta dando del filo da torcere oramai anche ai network tv. La soluzione dei canali video on demand sembra poter contrastare questo problema. In Italia non ha attecchito perché non si può togliere all’Italiano medio il piacere di rubare, ma in USA sta prendendo piede e in Cina e’ una realtà. Baidu, Youku, Qiyi, LeTV sono i principali canali video on demand cinesi, con un bacino di utenza immenso, libertà di autocensura molto meno limitante di quella del theatrical o l’inesistente home video, e all’attivo diverse produzione cinematografiche e serie tv. L’America prende esempio e Netflix, principale VOD channel US produce una serie tv, e si ispira alla tradizione. Eccoci al punto: Orange is the New Black.

Ispirato all’omonimo libro di memorie, racconta di una wasp medio borghese, biondina e fidanzata con un coglioncello (Jason Biggs, il protagonista di American Pie) che per un peccato di gioventù si becca un annetto dentro. Da una delle autrici di Weeds, una storia di donne che prende tantissimo da Oz, ma con toni più leggeri anche se non meno estremi. Facile cadere in luoghi comuni di soprusi, omosessualità, abbrutimento, ed effettivamente questi elementi ci sono tutti, ma il tocco femminile della sceneggiatrice Jenji Kohan vuole far sì che sia l’universo femminile a venir fuori, in una situazione sì estrema ma dopotutto regolata da leggi e comportamenti riconoscibili nella vita di tutti i giorni. Ci sono i personaggi base, quelli tipici che trovi in galera (c’è anche un trans vero), alcuni quasi delle macchiette da fumetto comic (la russa Red. Crazy Eyes e Pornobaffo), ma a poco a poco escono dalla loro macchietta e acquistano umanità, spessore, colore e dolore. Molte le bellezze abbaglianti, tra queste in pole position Laura Prepon, e molte ottime interpretazioni, ma chiaramente il tour de force va alla protagonista Taylor Schilling, che deve trasformarsi da Principessa Sissi a Ilsa La Belva delle SS. Un lavoro non facile per un’attrice donna: un attore può sicuramente accettare di rimanere per anni nel personaggio di un lupo, una tigre, un serpente, persino un porco, ma su una donna è veramente difficile mantenere questi aspetti così duri e feroci dell’animo senza portarseli addosso, e poi scrollarseli di dosso magari per andare a fare un’altra commedia leggera tra una stagione e l’altra. Lodevole e premiabile. Tra i sottotemi, non ultima la denuncia alla visione maschilista della nostra società, che si acuisce davanti all’evidenza che se l’uomo può fare quello che vuole, lo fa. Alla faccia delle ipocrisie femministe. Vien da citare una line di un’altra ottima serie tv in onda adesso, True Detective, dove una prostituta risponde alla ramanzina del poliziotto di turno sull’amoralità del suo mestiere: “è perchè in questo modo siete messi davanti all’inconcepibile ipotesi di non appartenervi mai più?”.


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