NO MAN’S LAND di Ning Hao. Tarantino Mandarino sbanca il botteghino a Pechino!

Ogni tanto facciamo recensioni in anteprima e in questo caso parliamo di No Man’s Land, un film che ha invaso le sale nel Natale Cinese, e che vi interesserà per almeno un paio di motivi. Ha raggiunto il voto di 9.7 su MTime (Imdb cinese) e Ning Hao, il regista, si è beccato l’appellativo di “Tarantino cinese”. Verrebbe da citare Benigni che, quando gli chiedevano se fosse il “Woody Allen italiano” rispondeva che preferiva essere la “Anna Magnani Svizzera”. Tarantino c’entra e non c’entra, e sicuramente nella testa del regista c’era la volontà di scimmiottare anche il regista di Pulp Fiction, ma la lista da snocciolare per No Man’s Land e’ bella lunga, e tra i tanti, il rischio di plagio se lo becca U-Turn di Oliver Stone senza ombra di dubbio. Andiamo per gradi. Ning Hao e’ uno che ama fare robe rock ‘n’ roll (i suoi precedenti si chiamano “Crazy Stone” e “Guns ‘n’ Roses”) e qui voleva fare qualcosa dal sapore western (inteso come il genere) sfruttando le location pazzesche del deserto del Xinjian. Se esiste qualcosa di più simile al Colorado può essere solo l’Almeria o le discariche di Malagrotta fuori Roma. Questo film ha una gestazione post produttiva di 4 anni poiché il Sarft, l’organo della censura cinese, lo ha bloccato una infinita di volte per le scene di violenza e per via della presenza di un poliziotto cattivo che proprio non si poteva tenere. Quindi via a rigirare tutto. La storia e’ quella di un avvocato fighetto che difende un trafficante di falchi, il più letale villain del film che ha delle somiglianze con Ken il guerriero e con Cigur di Non è un paese per vecchi, ma non il carisma dei due. Attraversando in auto il deserto incappa in redneck, benzinai bifolchi, psicopatici, puttane e la propria coscienza che lo farà scontrare con una realtà decisamente dura: l’umanità fa schifo. Ning Hao e’ consapevole di aver rubato tutta la prima parte del film a Oliver Stone, tanto che chiama il suo protagonista Xiao Pan (leggi Siao Pen: Sean Penn) e ci va giu’ pesante con la carta copiativa, grazie a costumi, scene, location, fotografia sparata sul magenta ma, magicamente riesce a essere personale, creando in realtà una parodia mix tra il film di Stone e quello dei Coen. A parte alcune trovate indubbiamente divertenti, vince sul riconoscimento del malcostume cinese. Ad un occhio occidentale i personaggi possono sembrare degli stereotipi da film pulp. Avvocato spaccone, redneck imbroglioni, prostituta bugiarda…ma queste che spesso sono delle macchiette esagerate, dipingono perfettamente il malcostume imperante in Cina che vede il contrasto tra nuova borghesia e popolino gretto, che vive a strettissimo contatto nelle grandi città. Gli atteggiamenti e i comportamenti sono più che familiari e il disegno guarda chiaramente una matrice comune che è la venerazione per il Dio Denaro. E’ come se avessero riscontrato in U Turn il quotidiano cinese che, per quanto estremo per un occidentale e’ prassi per gli autoctoni, e vi avessero cucito sopra il linguaggio del classico film pulp, parodisticamente. Non vi sono dubbi che questo gioco metacinematografico sia casuale, ma funziona terribilmente e porterà forse un film dalle vicissitudini così sfortunate, a diventare un cult. Questo grazie anche a un paio degli interpreti che vengono dal mega successo Lost in Thailand, ormai gettonatissimi manco fossero (inserite a piacere il nome di un comico televisivo famoso in Italia) ma all’epoca delle riprese non ancora esplosi completamente. Intanto, notizia dell’ultimissima ora, Li Ming, CEO della Galloping Horse, tra i produttori del film, e’ stato ritrovato morto a causa, pare, di un infarto. Spiace. I misteri di Beijing Babylonia…


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