In memoria di Carlo Lizzani.

Ho avuto un incubo. Mi svegliavo in un posto, un futuro distopico o un universo parallelo, un luogo dove la menzogna era istituzionalizzata. Dove la dignità e la competenza erano motivi di persecuzione. Dove l’aspirazione massima era affogare la cultura nella sopraffazione, nella superficialità e nell’ipocrisia. Tutto e tutti sembravano impazziti o privi di senso, ma senza alcun sintomo psicosomatico di schizofrenia, attacchi di panico o perdita del controllo, ma anzi, ciascuno con un rilassato mezzo sorriso, pacato e sicuro di se’, di ostentazione di rango. La coscienza era stata messa in pace nella maniera più radicale: seppellendola viva. Una trovata di tale geniale praticità che la avevano abbracciata tutti. I fatti erano diventati un’opzione scomoda e trascurabile. Ancor più da trascurare doverosamente. La legge, civile, morale o penale, era misurabile, da attenti giudici esperti e selezionati, in base all’abilita’ nella riverenza, nel motteggio e ancor più nel mentire e negare persino l’evidenza del sole. Il significato delle parole era stravolto. Se qualcuno parlando proferiva, anche accidentalmente, errori di pronuncia, per esempio, “amor ch’a nullo amato amar per culo”, automaticamente quell’espressione diveniva di uso comune, con tanto di scriba che ne ufficializzavano l’esistenza. La gente quindi parlava, parlava tantissimo, ma nessuno si capiva perché il significato delle parole era arbitrario. E così la Storia. Ognuno poteva modificarla a piacimento, stando ben attento a non offendere nessuno che fosse potente e a mortificare il più possibile il passato dei meritevoli di memoria. Grandi poeti e pensatori, così come orribili fatti di morte e crimine, erano proibiti, solo a parlarne. Pena la scomunica e il lavoro fisso. La memoria era a breve termine e tutti si segnavano il proprio nome sul telefonino, per non dimenticarlo. Quando era il momento di aggiornare iOS, cambiavano nome e identità, tanto non si poteva mai dire ne avessero avuta una. E il modello di vita aveva la pelle scura, il ventre a tartaruga, un orecchino di oro e rubava fieramente per professione. Ma non era Sandokan. Un giorno avvenne un evento incredibile. Tutti gli intellettuali della generazione precedente, coloro che in coscienza avevano dato il loro apporto al sapere, all’arte, alla cultura e all’espressione di se’ stessi, erano stati trovati morti suicidi. Come se tutti, all’unisono, avessero deciso di togliersi la vita, come forma di estrema protesta nei confronti di un luogo dove c’era un unico modo per dire ancora “basta”. L’opinione pubblica e coloro che rispondevano all’appellativo di “giornalista” rimasero sconvolti e il fatto non poté che avere una sua eco. Nessuno però accennava a una possibile motivazione, frasi di cordoglio e stima che coprivano un imbarazzato silenzio omertoso in cui tutti si sentivano colpevoli. Una grossa nube asfittica si levo’ in cielo, a causa della repentina mancanza di pensieri logici tutta in una volta. Allora pioveva per giorni e la gente era costretta a rimanere a casa davanti alla TV. I telegiornali furono costretti a mostrare tutti insieme decine e decine di coccodrilli, e Rete 4 e Rai 3 a dare a tirare fuori dal sarcofago tutti quei film, destinati a quell’unico giorno di celebrativo lutto, che riempirono i palinsesti per giorni. Allora quel luogo dovette arrendersi alla massiccia evidenza di aver avuto una storia, una cultura, un pensiero e che quello che un tempo era vivo adesso era imbalsamato. E poi mi sono svegliato e fuori dalla porta c’era la Cina. Ma questo e’ un altro incubo.


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