Recensione in anteprima di The Man of Tai Chi diretto da Keanu Reeves

C’è una articoletto su un giornale che racconta la divertente storia di un tizio a Pechino, esperto di arti marziali, al quale volevano espropriare la casa. Ha fatto volare dalla finestra tutti i poliziotti prima che riuscissero a farlo uscire dalla sua proprietà. Potrebbe essere questa storia ad aver ispirato The Man of Tai Chi, l’esordio alla regia di Keanu Reeves, che quale sceglie il territorio cinese per il suo exploit dietro la macchina da presa. Il numero di templi taoisti, dopo l’era di Mao, è sceso da 3000 ad appena una decina, e alcuni di essi, come il fondamentale Wudan, rischiano di diventare dei parchi giochi per turisti americani sovrappeso. Il film del bel Keanu sembra proprio prendere le parti della tradizione taoista, e c’è da ammettere che è inaspettata la maniera sincera e genuina con cui lo fa. Ci si potrebbe aspettare un film americano con coreografie spettacolari alla Matrix ma, nonostante il coreografo sia l’ormai leggendario Yen Woo Ping, già in Matrix, Kill Bill e La Tigre e il Dragone, Reeves mostra un rispetto verso la vera essenza del Tai Chi, che fa veramente valutare positivamente il personaggio dell’attore. La stessa spettacolarizzazione delle arti marziali viene in qualche modo messa alla berlina.

Il protagonista è l’artista marziale e stuntman Tiger Chen, nella parte di se stesso, o meglio nei panni di un “esperto di tai chi” puro, come recita il titolo originale cinese. Tramite questo personaggio Reeves riesce a catturare l’essenza più reale e genuina della gente di Pechino: semplice e umile, Tiger vive per la sua disciplina che pratica agonisticamente ma, con i pochi soldi che fa da delivery boy, non può permettersi di pagare le spese per evitare l’espropriazione del tempio del suo Maestro. Sembra una cretinata, un’idea da film per bambini, ma in effetti è proprio quello che qui fa il Governo. Riceve allora la proposta di una agenzia di sorveglianza che nasconde un giro di combattimenti illegali, che sfociano nella morte. Reeves ritaglia per se stesso la parte del villain, non il solito cattivo senza scrupoli, ma una figura molto complessa, ossessionata dal combattimento, che ha del metafisico quando si comprende che il suo unico fine è corrompere Tiger Chen, perchè egli sia finalmente completo. Egli è lo Yin del suo Yang, infatti la storia di The Man of Tai Chi altro non è che una metafora del processo di ascesi di un praticante taoista, e ha elementi filosofici molto semplici ma essenziali. Tiger è innocente ed è un avversario invincibile perchè segue i precetti del Tai Chi che gli ha impartito il suo maestro, ma deve corrompersi per divenire completo. Quindi Reeves è anch’egli maestro di Tiger, poichè il suo fine è quello di creare il male necessario che lo renda superiore, il simbolo del Tao. Questi sono chiaramente gli elementi che interessano all’attore regista, che riesce a spettacolarizzare il tutto senza strafare.

Anzi, questa sorta di “Truman Show” ai danni del protagonista, punta il dito sulla spettacolarizzazione delle arti marziali. Come nelle opere di Bruce Lee, il linguaggio della lotta, che prende quasi metà del film, è finalizzato a mostrare il percorso del protagonista. C’è spazio anche per qualche nemico noto, come la lotta/non lotta contro Iko Uwais, campione di The Raid e Merantau, e chiaramente ci sarà lo scontro finale contro “Neo” in persona. Il film ha anche una lunga appendice hongkonghese, sia come location che come stile, e a dire il vero è la parte più noiosa e inutile del film, con Simon Yam e Karen Mok alle prese con le indagini sui combattimenti clandestini, ma vabbè, sono necessità di coproduzione.

Invece resta la lode al merito per un film fortemente educativo, del quale magari non fregherà nulla al pubblico occidentale, ma che se avesse successo in Cina potrebbe rieducare verso il rispetto nei confronti del taoismo. Scena cult? Il malvagio Keanu Reeves punisce duramente Tiger Chen e gli dice “you are nothing”. Tiger comprende, si concentra e ripete “I am nothing”, il principio di vacuità del Taoismo, e si riunisce con l’universo.


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